• Vittoria Ferrone

Cos'è l'aumento del 2% del PIL per le spese militari che sta generando tensioni nel dibatto politico

Il braccio di ferro di ieri tra il Presidente del Consiglio Mario Draghi e il presidente del M5S Giuseppe Conte sulla questione del riarmo si è concluso con un incontro tra i due a Palazzo Chigi. "Il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni NATO sull'aumento delle spese militari al 2% del PIL. Altrimenti verrebbero meno gli impegni presi dalla maggioranza", sarebbero state le parole del Presidente Draghi. "Non metto in discussione gli accordi con la NATO, ma l'aumento delle spese militari ora è improvvido", è stata la tesi portata avanti da Giuseppe Conte.


Come si finanzia l’Alleanza Atlantica

I Paesi membri dell’Alleanza forniscono contributi diretti e indiretti ai costi di gestione della NATO e di attuazione delle sue politiche e attività.

- I contributi diretti servono per finanziare le operazioni comuni, come i sistemi di difesa aerea o di comando e controllo, i cui costi sono sostenuti collettivamente dai membri secondo una formula basata sul rispettivo reddito nazionale lordo (RNL);

- I contributi indiretti (o nazionali) sono i più consistenti e riguardano la volontaria messa a disposizione, da parte di un Paese, di attrezzature o truppe in operazioni militari e di supporto medico o umanitario.


È proprio ai contributi indiretti che si riferisce il tanto discusso aumento al 2% del PIL.


Jens Stoltenberg, Segretario generale della NATO

Alle origini dell’obiettivo del 2% del PIL

L’obiettivo al 2% del PIL rappresenta da anni una delle questioni politiche centrali del dibattito che si sviluppa in seno all’Alleanza Atlantica. La volontà di destinare il 2% del PIL alle spese militari è trapelata per la prima volta nel 2006, durante la conferenza stampa al margine del vertice NATO di Riga, in Lettonia.

A seguito dell’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, lo stesso anno i Capi di Stato e di governo hanno formalizzato l’obiettivo del 2% all’interno della dichiarazione conclusiva del Summit NATO tenutosi in Galles:


Tenendo conto degli impegni attuali, gli alleati che attualmente rispettano le linee guida della NATO di spendere almeno il 2% del loro prodotto interno lordo (PIL) per la difesa mireranno a continuare a farlo. […] Gli alleati la cui quota attuale del PIL speso per la difesa è inferiore a questo livello dovranno: mirare a fermare qualsiasi calo delle spese per la difesa; mirare ad aumentare la spesa per la difesa in termini reali all'aumentare del PIL; mirare a raggiungere la linea guida del 2% entro un decennio al fine di raggiungere i propri obiettivi di capacità della NATO e colmare le carenze di capacità della NATO […]”.


Si tratta di un impegno non vincolante, in quanto non sono previste delle sanzioni per chi non dovesse rispettarlo, preso "per continuare a garantire la prontezza militare dell'Alleanza. Questa linea guida funge anche da indicatore della volontà politica di un paese di contribuire agli sforzi di difesa comuni della NATO poiché la capacità di difesa di ciascun membro ha un impatto sulla percezione generale della credibilità dell'Alleanza come organizzazione politico-militare”.


I Paesi che nel 2020 hanno raggiunto questa soglia del 2% sono Stati Uniti (3,73%), Grecia (2,68%), Estonia (2,33%), Regno Unito (2,32%), Polonia (2,31%), Lettonia (2,27%), Lituania (2,13%), Romania (2,07%), Francia (2,04%), Norvegia e Slovacchia (2%).


Mario Draghi, Joe Biden, Emmanuel Macron, Boris Johnson

Il Burden Sharing, gli obiettivi da conseguire entro il 2024

Tra gli impegni assunti dagli Stati non vi è solo quello relativo al 2% del PIL.

Gli obiettivi riportati all’interno della sopracitata dichiarazione conclusiva del Summit del 2014 riguardano il cosiddetto burden sharing.


Con burden sharing si intende lo sforzo di ciascuno Stato alleato di raggiungere entro il 2024 tre obiettivi, conosciuti come le “tre C”:

- Cash: il 2% delle spese per la difesa rispetto al PIL;

- Capabilities: il 20% di bilancio per investimenti in major equipments;

- Contributions: contribuire a missioni, operazioni e altre attività all’estero.


E l’Italia?

Dai dati riportati all’interno del Defence Expenditure of NATO Countries (2013-2020) emerge come l’Italia sia ancora lontana dal raggiungimento degli obiettivi fissati dalle NATO guidelines, con una percentuale che si assesta intorno al 1,39, in aumento rispetto al 2019 (1,18%) e al 2018 (1,23%).


Diversa è la situazione per quanto riguarda il paramento delle capabilities, i cui dati nazionali risultano coerenti con le linee guida NATO del 20%, attenendosi a una percentuale pari al 24,28% nel 2021.


L’Italia eccelle anche per quanto riguarda i contributi alle operazioni e missioni dell’Alleanza all’estero (contributions), come testimoniato dall’impegno delle Forze Armate italiane a nove missione della NATO nel 2020, con importanti responsabilità di comando in Afghanistan.


Il dibattito politico interno

Il primo marzo, durante un discorso al Senato, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha ribadito la necessità di aumentare la spesa destinata alla difesa “più di quanto abbiamo mai fatto finora”.

Successivamente, lo scorso 16 marzo la Camera ha approvato un ordine del giorno, collegato al Decreto Ucraina, che impegna il governo italiano ad aumentare la spesa militare fino al 2% del PIL, passando dagli attuali 25 miliardi di euro a circa 40 miliardi. L’ordine del giorno, proposto dalla Lega, è stato approvato con una larga maggioranza (391 voti favorevoli, 19 contrari e 7 astenuti).


A sollevare l’attenzione su questo famigerato aumento del 2% è stato il neoeletto presidente del M5S Antonio Conte che ha dichiarato di non voler mettere in discussione gli impegni presi con la NATO, ma di sentirsi in dovere di paventare “la preoccupazione della prima forza politica in parlamento: affrettarsi a rispettare la soglia del 2% del Pil significa provocare un picco delle spese militari in un momento di massima difficoltà per gli italiani". Conte ha più volte ribadito di non voler sollevare nessuna crisi di governo, sostenendo che, però, se bisogna programmare la spesa militare è necessario discutere in che modo verrà fatto.


L’aumento delle spese militari ha quindi provocato una spaccatura all'interno della maggioranza, e interna al M5S e al PD. Nell’attesa di ulteriori sviluppi, ricostruiamo le tappe percorse dai governi precedenti.


Renzi, Conte, Draghi

La dichiarazione del 2014 è stata sottoscritta dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi. L’impegno è stato poi ribadito durante i successivi Summit NATO dallo stesso Renzi nel 2016 e dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel 2018 e nel 2019. Infine, dall’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi all’ultimo vertice NATO tenutosi a Bruxelles nel 2021.


Al di là degli impegni presi a livello internazionale negli ultimi anni e ai malumori che si delineano all’interno del dibattito politico interno, l’obiettivo di spendere almeno il 2% del PIL in ambito militare entro il 2024 è realisticamente realizzabile?


Su una cosa non vi è dubbio, ancora oggi la NATO si dimostra indispensabile per la sicurezza dei suoi membri e necessita di investimenti e politiche coerenti con il ruolo che è chiamata a svolgere.

Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin
Fonte: Le spese per la difesa in ambito NATO https://documenti.camera.it/Leg18/Dossier/Pdf/DI0359.Pdf