• Gianmarco Solimeno

Cosa c'è dietro il calo di consensi dei democratici negli USA?

Martedì 2 novembre si sono tenute le elezioni per varie cariche in alcuni stati degli USA, il caso più eclatante a livello internazionale è sicuramente quello del Virginia dove il repubblicano Glenn Youngkin, con il 50,7% dei voti, ha vinto ai danni del democratico Terry McAuliffe diventando il governatore di uno stato a governo blu dal 2009 e che, solo un anno fa, alle presidenziali, vedeva Biden vincitore con uno scarto di 10 punti.


Una sconfitta molto dura se si pensa che McAuliffe, oltre ad essere una figura di rilievo nel partito democratico, era entrato come favorito fermamente sostenuto da Joe Biden.

AP Photo/Andrew Harnik

Un’altra nota dolente per il partito democratico in queste elezioni è sicuramente il New Jersey dove il governatore democratico uscente, Phil Murphy, avrebbe dovuto ottenere, secondo i sondaggi, una maggioranza schiacciante a queste elezioni: il candidato alla fine pare uscirne vincitore con una maggioranza risicata del 50.2% con il 90% dei voti contati, una vittoria di certo non schiacciante.


I democratici sicuramente sono andati meglio nelle città, cosa abbastanza scontata visto che si sta parlando delle grandi città della costa orientale, storicamente considerate delle roccaforti democratiche: a New York è stato confermato Eric Adams, a Boston ha vinto la candidata progressista Michelle Wu, prima donna e prima persona nera a diventare sindaca della città, mentre a Pittsburgh ha vinto Ed Gainey, primo sindaco afroamericano della città.


La perdita di consenso dei democratici di certo non piove dal cielo: alcuni analisti hanno collegato le sconfitte dei blu alle complicanze che sta vivendo attualmente l’amministrazione Biden, la quale si ritrova le proprie riforme bloccate al congresso da mesi.


Joe Biden nei mesi scorsi ha presentato il “Build Back Better Act” (o Reconciliation bill), un grosso pacchetto di misure che comprende tutta una serie di riforme sociali e le riforme per il clima, la riforma più importante per l’amministrazione Biden finora e la più grande manovra progressista dai tempi del “New Deal”. Il principale responsabile delle diffic


oltà di Biden è il senatore democratico Joe Manchin che, assieme alla senatrice Kyrsten Silema, tiene fermo il tutto: i due moderati hanno chiesto e ottenuto un ridimensionamento delle manovre che, secondo l’ala più progressista del partito, snaturerebbe il disegno di legge.


AP Photo/Carolyn Kaster

Manchin ha inizialmente chiesto di abbassare la portata del “reconciliation bill” dichiarando che egli non avrebbe mai approvato un disegno di legge dal valore superiore a 1500 miliardi di dollari: il testo, per come era stato presentato in senato, aveva un valore di 3500 miliardi, sceso poi a 1750 miliardi, ma Manchin non sembra ancora essere contento.


Il senatore moderato ha anche ottenuto l’eliminazione di un grosso pacchetto di incentivi alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e penalizzazioni a chi inquina di più: secondo molti esperti sarebbe stato un passo enorme per raggiungere la net zero ma lo stesso Biden ha dichiarato che Manchin vuole una transizione più graduale e meno brusca, spinto anche dal fatto che il suo stato, il West Virginia, è tra i più grandi produttori di carbone degli Stati Uniti.


Manchin, inoltre, visto che la scrittura deve essere ancora terminata, potrebbe voler eliminare, secondo alcuni giornali americani, altre parti importanti del disegno di legge: come il progetto per rendere gratuite la gran parte delle università statali e quello per aumentare la copertura sanitaria per le fasce più povere della popolazione.


Synema invece è riuscita ad eliminare il sistema di finanziamento del disegno di legge che voleva tassare la fascia più ricca della popolazione e le corporazioni, i democratici ora stanno provando a metterci una pezza in modo maldestro proponendo una tassa per i miliardari di cui però Manchin si è detto scettico.

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I giornali americani hanno inoltre scritto che sarebbe stata eliminata anche una misura importante che per la prima volta avrebbe introdotto negli Stati Uniti il congedo parentale fino a 12 settimane: al momento, infatti, gli stati uniti sono l’unico paese sviluppato a non avere una legge a livello federale che regola questo aspetto.


Ma come hanno fatto due senatori, tra l’altro democratici, a ridurre così drasticamente le ambizioni di questo disegno di legge?


Questo perché al senato americano democratici e repubblicani hanno entrambi 50 voti, più il voto della vicepresidente di Kamala Harris che elimina la parità in favore dei democratici, Manchin e Synema hanno quindi approfittato del poco vantaggio del partito per imporre le loro condizioni senza le quali i democratici non raggiungerebbero la maggioranza dei voti. Biden, durante un evento, ha dichiarato scherzosamente che “quando sei presidente degli Stati Uniti e hai 50 Democratici, ciascuno di loro è presidente”.


I problemi di Biden, però, non vengono soltanto dai moderati: la componente progressista del partito sta tenendo fermo alla camera un piano da 1200 miliardi di dollari di investimenti nelle infrastrutture, che assieme alle riforme sociali è un’altra parte cruciale dell’agenda politica di Biden.


Questo disegno di legge è meno controverso e avrebbe l’approvazione anche di alcuni deputati repubblicani ma, al momento, l’ala progressista dei blu non ne consentirà l’approvazione finché non verrà approvato il “Reconciliation bill”, collegando di fatto i due disegni di legge.


Biden, insomma, potrebbe risollevarsi riuscendo ad approvare i due disegni di legge che, seppur castrati, lo porterebbero molto avanti nella sua agenda politica.