• Meryem Derraa

Cosa sta accadendo agli uiguri e perché

Nello Xinjiang è in corso la più grande incarcerazione di massa di una minoranza

etnico-religiosa dopo la Seconda guerra mondiale. 


Quello degli uiguri è un genocidio che si sta verificando nel XXI secolo, in

silenzio e senza reale opposizione da parte delle Nazioni Unite o dalla Comunità

internazionale. La Cina commette violazioni sui diritti umani nei confronti degli

uiguri da anni ormai, infatti, la Commissione americana sulla libertà religiosa

internazionale ha descritto il Paese come uno dei più oltraggiosi persecutori delle

fedi religiose nel mondo. 


Pare che nel Paese, ateo e tutt’ora guidato da una dittatura comunista a partito

unico, il Partito Comunista si senta molto minacciato quando un qualsiasi

cittadino cinese dà più attenzione alla propria spiritualità e fede religiosa che ai

requisiti del Governo. Infatti, l’atteggiamento del governo nei confronti delle

minoranze religiose risulta molto autoritario, discriminazioni e persecuzioni sono

praticate nei confronti dei musulmani uiguri, dei buddisti tibetani, dei cristiani e

dei praticanti del Falun Gong. 



Chi sono gli uiguri?  


Gli uiguri sono un’etnia turcofona di religione islamica che vive nella regione

dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, chiamato dalla popolazione locale

“Turkestan orientale”.


Lo Xinjiang


Lo Xinjiang è una tra le più grandi regioni della Cina: si trova

tra Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Paki

stan, India, la regione autonoma del Tibet e le province del Qinghai e

del Gansu. Lo status di regione autonoma le garantisce un proprio governo locale

e una maggiore autonomia legislativa rispetto alle province cinesi. Lo status

ufficiale del gruppo è quello di “minoranza regionale all’interno di uno Stato

multiculturale” e, pertanto, non rientra nella definizione di “gruppi indigeni”

delle Nazioni Unite.


I tratti antropometrici simili a quelli delle popolazioni

dell’Asia Centrale con le quali condivide anche le tradizioni culturali, la

confessione religiosa (Islam sunnita) e la lingua turcofona, fanno del gruppo

uiguro una delle minoranze etniche cinesi maggiormente distinta dall’etnia

maggioritaria del Paese, quella Han.


La regione autonoma, con posizione strategica, ricca di risorse naturali come

petrolio, gas e rame è abbastanza propensa al separatismo; infatti, la vera

motivazione dietro alle politiche repressive è da ricercare nelle spinte

indipendentiste dello Xinjiang e dei suoi abitanti, che minacciano la stabilità e


l’integrità della Cina. Il Partito Comunista cinese non può permettere ad una

parte della Repubblica di diventare indipendente, in quanto il potere del PCC si

basa sulla conformità della popolazione e sul relativo appiattimento delle singole

identità, motivo per cui le rivendicazioni su base etnica e/o religiosa non sono ben

viste da Pechino; le culture indigene non Han, che sono considerate arretrate,

incivili e ora potenzialmente pericolose dai leader del PCC , devono cedere al

centro normativo Han in nome di una cultura “cinese” apparentemente non

marcata.


Per capire meglio l’evoluzione dei fatti è doveroso partire dal 2001, quando le

discriminazioni del governo nei confronti dei movimenti indipendentisti e

separatisti, come appunto quello degli uiguri, si è accentuata usando la scusante

della lotta al terrorismo di matrice islamica. In seguito, nel 2009, una

manifestazione uiguri nello Stato dello Xinjiang è degenerata in una serie di

scontri etnici con gli Han e con la polizia cinese, in cui sono morte centinaia di

persone. Da quel momento la minoranza musulmana ha iniziato a subire sempre

maggiore repressione da parte delle autorità cinesi, sfociando così nelle campagne

di repressione e “rieducazione” in tutta la regione dal 2017.



In cosa consistono i “campi di rieducazione” extragiudiziali?


Campi di detenzione dall’esterno

La deliberata cancellazione di elementi tangibili della cultura indigena e islamica

degli uiguri nello Xinjiang sembra essere una politica guidata a livello centrale ma

attuata localmente, il cui obiettivo finale è quello di intaccare e ridefinire la cultura

degli uiguri e di altre comunità turcofone, eliminando ogni elemento islamico,

transnazionale o autonomo, al fine di rendere quelle tradizioni culturali indigene

sottomesse alla “Nazione cinese“.


La relazione della Commissione americana sulla libertà religiosa rivela che circa

un milione di quadri del PCC sono stati schierati per monitorare le famiglie dei

musulmani uiguri e delle altre minoranze musulmane perché segnalino ogni segno

di «estremismo» e, tra questi, vi sono “l’avere una «barba strana», il portare un

velo, o il fare ricerche online su materiali religiosi”: comportamenti che

dovrebbero essere normalissimi per un qualsiasi credente musulmano non

estremista. Secondo le testimonianze dei parenti dei detenuti, raccolte da Human

Rights Watch nel 2017, basta viaggiare all’estero o avere famiglie che vivono

all’estero per essere detenuti. Altri motivi di detenzione sono: prendere parte alle

attività religiose non autorizzate, come indossare il velo o altri abiti musulmani,

possedere il Corano, digiunare, rifiutare alcolici, fare richiesta per il

pellegrinaggio alla Mecca o semplicemente avere parenti che sono stati

precedentemente arrestati dal Governo.


Uiguri detenuti nei campi di prigionia

Esperti indipendenti stimano che tra 900.000 e 1,8 milioni di uiguri, kazaki,

kirghisi e altri musulmani sono stati detenuti dal 2017. Inoltre, secondo le immagini satellitari ottenute dall’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), esistono circa 1.300 campi di internamento nello Xinjiang, che vanno dai campi di rieducazione a minore sicurezza, alle prigioni fortificate.


Nonostante ciò, Pechino insiste che non vi sono violazioni dei diritti umani

nello Xinjiang. Inizialmente il governo ha negato l’esistenza dei campi di

internamento, poi li ha descritti come programmi di formazione professionale e

rieducazione “volontaria” che mirano ad alleviare la povertà e contrastare la

radicalizzazione e il terrorismo. I documenti trafugati e diffusi dalla stampa

internazionale, però, testimoniano la più grande incarcerazione di massa di una

minoranza etnico-religiosa dopo Seconda guerra mondiale. I documenti sono stati

negati dal governo cinese commentando che sono una “fabbricazione di notizie

false”.


Secondo le testimonianze dei parenti di alcuni detenuti , nei “centri di

rieducazione” gli uiguri devono imparare la lingua cinese e recitare le leggi e le

politiche cinesi e dello Xinjiang. Sono costretti a guardare video di propaganda

filogovernativa e a rinunciare alla loro identità etnica e religiosa, recitando slogan

come “la religione è dannosa” e “imparare il cinese fa parte del patriottismo“.

Inoltre, sono spesso soggetti a sorveglianza e gli è ovviamente impedito di

osservare pratiche religiose. 


Anche al di fuori dei campi di detenzione, gli uiguri sono tenuti sotto stretta

sorveglianza dal Governo. Ogni famiglia è tenuta ad aprire le porte della propria

casa a un rappresentante dello Stato cinese in ogni momento del giorno e della

notte, e ogni movimento al di fuori della propria abitazione è monitorato online

attraverso un’ampia rete di telecamere a circuito chiuso. 


La gran parte dei centri di detenzione sono costruiti nelle prossimità di industrie, il

che conferma le accuse rivolte alla Cina riguardo all’impiego di uiguri per i lavori

forzati. Infatti, un rapporto dell’Australian Strategic Policy Institute afferma di

aver identificato 27 fabbriche in nove province cinesi che utilizzano manodopera

uigura trasferita dallo Xinjiang dal 2017. Quelle fabbriche affermano di far parte

della catena di fornitura di 82 noti marchi globali, tra cui Apple, BMW, Gap,

Huawei, Nike, Samsung, Sony e Volkswagen. Si stima che tra il 2017 e il 2019

siano stati trasferiti almeno 80.000 uiguri dallo Xinjiang per essere poi assegnati

alle fabbriche attraverso programmi di trasferimento di manodopera nell’ambito di

una politica del governo centrale nota come “Xinjiang Aid“. 


Queste strutture sono di natura punitiva e più simili ai campi di prigionia, alcune

sono edifici scolastici trasformati in “centri di rieducazione”, altre ancora sono

costruite appositamente per fungere da centri di prigionia. Oltretutto, i centri di

detenzione per l’educazione politica dello Xinjiang sono contrari alla Costituzione

cinese e violano il diritto internazionale sui diritti umani. Infatti, l’articolo 37 della

Costituzione cinese afferma che gli arresti non possono essere effettuati se non

in seguito ad un giudizio della Corte del Popolo o in seguito ad approvazione

o alla decisione di un Procuratore del Popolo.


Le violazioni non cessano qui, si parla addirittura di prelievo forzato degli organi.

Infatti, nella relazione annuale della Commissione americana sulla libertà

religiosa internazionale, si afferma che vi siano numerose segnalazioni al quanto

credibili su tale pratica. «Ci sono prove solide del prelievo forzato di organi», ha

dichiarato il membro della Commissione Gary L. Bauer.


Moschea di Karakash di Hatan prima e dopo il 2017 | via ASPI)

Gli altri sforzi coercitivi per riprogettare la vita sociale e culturale uigura,

trasformando o eliminando la lingua, la musica, le case e persino le diete

degli uiguri, le politiche del governo cinese stanno attivamente cancellando e

alterando elementi chiave del loro patrimonio culturale tangibile.


Difatti, nel piano del genocidio culturale, il governo cinese si impegna anche nella

distruzione di siti culturali e religiosi nel Nord della regione. In un ampio progetto di dati

dell’Australian Strategic Policy Institute, dove si utilizzano le immagini satellitari

e rapporti sul campo per mappare la costruzione dei campi di detenzione, si

possono trovare anche le foto e i dati riguardo alla distruzione dei siti culturali.

Con l’aiuto delle immagini satellitari si stima che dal 2017 circa 16.000 moschee

nello Xinjiang (il 65% del totale) siano state distrutte o danneggiate a causa delle

politiche governative. Inoltre, 8.500 moschee sono state demolite a titolo

definitivo e, per la maggior parte dei casi, il terreno su cui un tempo si trovavano

quelle moschee rase al suolo rimane vuoto.


Sempre dal 2017, il 30% di importanti siti sacri islamici (santuari, cimiteri e rotte di pellegrinaggio, compresi molti protetti dalla legge cinese) sono stati demoliti in tutto lo Xinjiang, e un ulteriore

28% è stato danneggiato o alterato in qualche modo. Inoltre, sempre secondo le

immagini satellitari dell’ASPI risultano essere stati distrutti diversi cimiteri, oltre

che al santuario Ordam Mazar (Santuario della città reale) che era un piccolo

insediamento di circa 50 strutture nel deserto del Grande Bughra, commemorato

come il luogo da cui l’Islam si è diffuso nella regione.


Valori anomali, invece, si sono registrati nelle aree che hanno un gran numero di

turisti, tra cui la capitale, Urumqi e la città di Kashgar. Ci sono poche distruzioni

registrate ma, secondo il rapporto dell’ASPI, i rapporti dei visitatori delle città

suggeriscono che la maggior parte delle moschee fosse chiusa alla preghiera.

Cosa detta il diritto internazionale al riguardo?


I detenuti uiguri sono trattenuti in questi centri di ‘educazione politica’ non perché

abbiano commesso crimini ma perché sono considerati politicamente inaffidabili.

“Il governo non ha fornito ragioni credibili per trattenere queste persone e

dovrebbe liberarle immediatamente“, ha affermato Sophie Richardson, direttrice

cinese di Human Rights Watch.  


Intanto la Corte penale internazionale (CPI) ha chiesto ulteriori prove prima di

essere disposta ad aprire un’indagine sulle accuse di genocidio contro gli uiguri da

parte della Cina, mantenendo nel frattempo il fascicolo aperto per la presentazione

di ulteriori prove.


Le prove presentate alla CPI sono le presunte violenze sugli uiguri

del Tagikistan e della Cambogia nel territorio cinese, in quanto quest’ultimi sono

firmatari dello statuto di Roma che istituisce la CPI, al contrario della Cina che

non è firmataria. Le ulteriori prove riguardano i casi di raduno

degli uiguri residenti all’estero, da parte del governo cinese, e il loro successivo

rientro forzato in Cina, in particolare dal Tagikistan e dalla Cambogia, nonché i

casi di deportazione dalla Cina verso il Tagikistan.


Sebbene la Cina non sia firmataria dello statuto di Roma, le decisioni delle camere

pre-processuali della CPI in due casi precedenti, nel 2018 e nel 2019, riguardanti i

crimini contro i Rohingya in Bangladesh e Myanmar, hanno deciso che il

tribunale può esercitare la giurisdizione sui crimini internazionali quando parte

della condotta criminale ha luogo nel territorio di uno stato firmatario della CPI:

nonostante il Myanmar non sia un firmatario della Corte penale internazionale, i

crimini contro i Rohingya sono stati commessi in Bangladesh firmatario, invece,

della Corte penale internazionale. 


La denuncia è la prima nel suo genere, ed è l’unico modo per far sì che i

funzionari cinesi possano  essere indagati penalmente e perseguiti a livello

internazionale per i presunti abusi perpetrati contro gli uiguri. Nella denuncia, si

sottolinea che i presunti crimini commessi contro gli uiguri nel nord-ovest

della Cina sono stati diffusi e sistematici, precisando che le persone sono

sottoposte a reclusione e tortura, controllo delle nascite forzate, sterilizzazioni e

matrimoni misti forzati.


Il Presidente del Comitato ristretto per gli affari esteri del Regno Unito, Tom

Tugendhat, si è detto “fiducioso che una sentenza del tribunale sarebbe un passo

potente verso la galvanizzazione della comunità internazionale per porre fine a

queste atrocità“. La Commissione americana sulla libertà religiosa internazionale,

invece, nel suo rapporto ha affermato che la campagna della Cina “contro uiguri,

kazaki, kirghisi e membri di altre minoranze musulmane nella regione autonoma

uigura dello Xinjiang costituisce un genocidio”, il che potrebbe aumentare la

pressione su Pechino sulla difficile situazione di oltre un milione di

persone prigioniere nei campi di detenzione. 


La Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio, redatta all’indomani

dell’Olocausto, obbliga gli Stati a prevenire e punire l ‘“odioso

flagello”. Definisce il genocidio e include azioni come l’uccisione e la

prevenzione delle nascite “con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un

gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso“.


Affinché venga posto fine a questo genocidio, il governo cinese deve rispettare

l’articolo 4 della propria Costituzione, consentendo alle comunità indigene

dello Xinjiang di preservare il proprio patrimonio culturale e proteggere la libertà

di credo religioso delineata nell’articolo 36; deve difendere i diritti autonomi delle

sue comunità non Han e deve proteggere le proprie reliquie culturali e il proprio

patrimonio ai sensi della legge del 1984 sull’autonomia etnica regionale e deve

cessare la demolizione di importanti siti culturali e religiosi nello XUAR.


Dal punto di vista internazionale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per

l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) e l’International Council on

Monuments and Site (ICOMOS) dovrebbero indagare immediatamente sullo stato

del patrimonio culturale indigeno nello Xinjiang e, se il governo cinese dovesse

violare lo spirito di entrambe le organizzazioni, dovrebbe essere adeguatamente

sanzionato. Entrambe le organizzazioni devono fare dichiarazioni pubbliche sulla

cancellazione culturale nello Xinjiang, attingendo alle nostre indagini e ad altre

ricerche esistenti.


I governi di tutto il mondo, compresi i governi dei Paesi in via di sviluppo e a

maggioranza musulmana, dovrebbero parlare e fare pressioni sul governo cinese

per porre fine alle sue politiche genocide nello Xinjiang e fermare la deliberata

distruzione delle pratiche culturali indigene e dei siti tangibili. Dovrebbero

considerare sanzioni o persino il boicottaggio dei principali eventi culturali tenuti

in Cina, comprese le Olimpiadi invernali del 2022. Purtroppo, molte

organizzazioni internazionali e governi stranieri hanno chiuso un occhio.


L’UNESCO e l’ICOMOS sono rimasti in silenzio di fronte alle crescenti prove

della distruzione culturale nello Xinjiang. I Paesi a maggioranza musulmana, in

particolare, non sono riusciti a sfidare il governo cinese sui suoi sforzi per

addomesticare, “sinizzare” e separare la cultura uigura dal più ampio mondo

islamico. Il tutto ci dimostra che il regime cinese ha un potere crescente ed esercita

la sua influenza in tutto il mondo e che, quando ci sono interessi economici tra i

diversi Paesi, i principi e diritti umani passano in secondo piano.