• Stefano Cioffarelli

Dezinformacija: la strategia russa attuata in Italia. Tra disinformazione e influenza

Strumento di governo del Paese, utile strategia per far percepire alla popolazione una realtà alternativa rispetto a quella effettiva. La Dezinformacija entra nell’armamentario delle misure attive, utilizzate all’estero, per cercare di indebolire le democrazie occidentali ed imporre una ideologia russa.



Dezinformacija: la strategia russa attuata in Italia. Tra disinformazione e influenza, alcuni case studies

Lo scorso 17 Maggio, presso L’Istituto Luigi Sturzo in Roma, si è tenuto un convegno dal titolo “Dezinformacija: la strategia russa di disinformazione e guerra cognitiva in Italia, organizzato dall’Istituto di scienze sociali e studi strategici “Gino Germani”. L’evento, a cui l’autore del presente contributo ha avuto il piacere di partecipare, vuole essere fonte di approfondimento e riflessione, nonché privilegiato punto di avvio.


L’eterno ritorno della Dezinformacija. Perché la “guerra non lineare” non è una novità dei nostri giorni

La traduzione italiana di Dezinformacija in “disinformazione” può essere fuorviante: di fatto non rende appieno l’idea di ciò che questa sottende. Teorizzata da Marx ed Engels come “attività di influenza politica e ideologica”, ripresa poi da Stalin negli anni Trenta del Novecento per influenzare la comunità russa allontanatasi in Francia per ragioni politiche, questa può essere definita come una alterazione dell’informazione. Il primo task della disinformazione è concentrarsi sulle opinioni di individui e gruppi, alterando le informazioni che veicola ma non necessariamente attraverso una “intossicazione” del messaggio. Strumento di governo del Paese, nell’Unione Sovietica di Stalin la disinformazione è utilizzata inizialmente attraverso i servizi segreti (KGB) per scopi interni, utile strategia per far percepire alla popolazione una realtà del Paese alternativa rispetto a quella effettiva; in seguito questa entra a far parte dell’armamentario delle misure attive, utilizzate all’estero, per cercare di indebolire le democrazie occidentali ed imporre una ideologia russa. E’ così negli anni in cui l’Unione Sovietica ha “prosperato”: più avanti, a seguito della definitiva vittoria del containment statunitense, assieme alla storia (cfr. Fukuyama, F., La fine della storia e l’ultimo uomo) sembrava terminato anche l’angoscioso timore di subire campagne di disinformazione ideate e messe in campo dall’URSS. Al contrario, di pari passo con la globalizzazione imperante, dal 1999 le tecniche di disinformazione in Russia hanno trovato nuova linfa, legittimate ancora quale utile artifizio per il controllo del Paese e prezioso soft power da utilizzare come arma di influenza all’esterno dei confini nazionali. La nuova élite di governo, capeggiata dal 1999 da Vladimir Vladimirovič Putin e formata da uomini dei servizi di intelligence del Paese – i cosiddetti “siloviki” (Galeotti, M., In Russia comandano i Siloviki, in Limes – n. 7 del 2014) o uomini della forza – è caratterizzata da alcuni tratti peculiari che ricorrono anche nella Russia contemporanea: risentimento nei confronti dell’Occidente (a causa delle responsabilità imputate a quest’ultimo nella distruzione dell’Unione Sovietica), l’essere animati da un profondo senso di rivalsa e da una caparbia volontà che li spinge a cercare di rettificare l’ordine mondiale presente, realizzando uno shift of power verso l’Eurasia ed un profondo cambio di paradigma. In particolare, dal 2004 si ricorre massicciamente all’uso della cosiddetta “guerra non lineare”, caso particolare di warfare con cui si mina l’equilibrio di una società dall’interno, mediante la disinformazione. In una prima fase, che copre all’incirca gli anni tra il 2004 ed il 2008, la strategia è utilizzata prettamente nei Paesi dell’area post sovietica, ormai allontanatisi dalla vecchia madrepatria e più vicini a modelli di sviluppo occidentali. La “cassetta degli attrezzi” della guerra non lineare contiene principalmente: tentativi di radicalizzazione delle minoranze russe, sostegno ai separatisti, attacchi cibernetici ed un frequente ricorso ad agenti di influenza. Dunque, fino al 2012 questo è un modello creato e utilizzato nell’area di influenza russa. Dal maggio 2012 poi, a seguito del ritorno alla presidenza di Vladimir Putin, si incomincia ad utilizzare tale modello anche verso i Paesi occidentali: Putin, allarmato da poderose proteste interne e dal timore che queste siano finanziate da intelligence straniere, rivede la politica estera russa, decidendo ora di puntare al contrattacco del potere statunitense – declinato anche nei Paesi dell’Alleanza Atlantica – ampliando l’area di azione della “guerra non lineare”. Il ruolo della Dezinformacija è tuttora centrale: questa permette di manipolare le informazioni, creando confusione cognitiva e mostrando come esistano molteplici verità, screditando in tal modo la monolitica narrazione occidentale. In Italia la Dezinformacija utilizza media russi o vicini al Paese (e.g. RT, Sputnik Italia, Geopolitica.ru, l’Antidiplomatico), giornalisti russi - sospetti agenti di influenza - come Yulia Vitazyeva, giornalista di Newsfront, giornale online con base in Crimea che sfoggia una pagina web consultabile in dieci lingue differenti considerato dall’Intelligence statunitense un canale di disinformazione e propaganda russo, ospite frequente nei talk show delle reti televisive italiane in cui sostiene esplicitamente le posizioni russe nel conflitto in atto con l’Ucraina. Da ultimo, canale privilegiato per la veicolazione di campagne di influenza e disinformazione, sono i social network, vere falde inesauribili con cui arrivare ad un target bersaglio di rilievo.


Disinformazione, propaganda, influenza: medesimo frame di azione ma diversi effetti. Alcuni case studies

Risulta a questo punto utile chiarire come, termini spesso assimilati tra loro, lavorino invece su aree di azione differenti, si è vista una definizione di disinformazione, strategia diversa rispetto a propaganda e influenza. La propaganda tende ad imporre una visione ideologica, un pensiero unico che non ammette opposizione, agisce attraverso una “sottomissione” psicologica e individuale del target bersaglio, potendo potenzialmente utilizzare gli strumenti tipici della disinformazione. Questa, a sua volta, può poi fare leva su obiettivi che la propaganda ha già raggiunto. L’influenza invece, si fonda sull’impiego mirato delle informazioni, generando effetti cognitivi e psicologici attesi per alterare le percezioni e condizionare comportamenti e opinioni del target selezionato, tramite notizie vere, parzialmente vere o intossicazioni (cfr. definizione di influenza del DIS). In particolare, il protagonista di una campagna di influenza è solitamente un “agente di influenza”, uomo che opera per conto dei servizi segreti di uno Stato, consapevolmente o inconsapevolmente, sostenendo idee, diffondendo teorie e dirigendo movimenti di opinione per raggiungere obiettivi predeterminati. Il terreno fertile in cui un agente di influenza opera è chiaramente quello di Stati in cui sia forte il senso di necessità della libertà di stampa e in cui le informazioni siano soggette a censura minima e/o assente.


Di seguito alcuni case studies (Montagnese, A., L’agente di influenza, in Gnosis, 2013) più o meno noti, esempi di agenti di influenza che hanno agito in anni e contesti differenti:

William Stephenson, militare canadese, agente di influenza britannico che operò negli Usa durante la Seconda guerra mondiale. Stephenson, finanziando autonomamente le proprie attività, mise in piedi un network composto da oltre 3000 uomini, che monitorava le attività dei servizi segreti dell’Asse con lo scopo di influenzare l’establishment e l’opinione pubblica statunitense a favore di posizioni britanniche.

Pierre-Charles Pathé, giornalista francese, agente di influenza al servizio del KGB, tra il 1976 ed il 1979 scrisse quotidianamente un bollettino rivolto alla classe dirigente francese in cui screditava l’operato della Nato con lo scopo di favorire i rapporti tra Francia e Unione Sovietica.

Huma Abedin, Deputy Chief of Staff dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton tra il 2009 ed il 2013, sarebbe stata, secondo alcuni membri del congresso statunitense, un’agente di influenza dei Fratelli Musulmani che, sfruttando la sua posizione, sarebbe riuscita ad influenzare la politica estera statunitense, sposando posizioni vicine alla Fratellanza Musulmana.