• Vittoria Ferrone

Esiste un nesso tra flussi migratori e cambiamenti climatici?

È estremamente complesso raccogliere i dati relativi alle migrazioni forzate per cause ambientali, perché sono dovute a più cause interagenti. Alla base della necessità di abbandonare le proprie terre, ci sono fattori come la desertificazione, i Land Crabbing - l’impoverimento di terreni dopo il loro utilizzo per la coltivazione intensiva di prodotti da esportare, soprattutto da parte di multinazionali - e l’inquinamento.


I cambiamenti climatici, inoltre, possono causare violenti conflitti per la riduzione delle risorse primarie necessarie alla sussistenza umana. La situazione si aggrava ulteriormente quando chi abbandona il proprio habitat, fuggendo all’interno del proprio paese o in quello confinante, raggiunge regioni in cui sono frequenti persecuzioni culturali e politiche. Emblematici sono i casi della Somalia, del Sud Sudan e del Sahel.


La regolamentazione giuridica delle migrazioni internazionali è basata su diverse fonti eterogenee: diritto internazionale consuetudinario, protezione internazionale dei diritti umani, atti programmatici e declaratori dell’ONU e trattati multilaterali.


La Convenzione di Ginevra (1951) individua il “rifugiato” come qualcuno che ha attraversato una frontiera internazionale «a causa del fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per un’opinione politica».

La generica definizione di “migrante climatico”, invece, deriva dal fatto che la Convenzione non riconosce l’ambiente come una causa di “persecuzione”.


È tutt’oggi aperto il dibattito sull’esistenza o meno della categoria dei “rifugiati climatici”, non ufficialmente riconosciuta in quanto non fondata su nessuna norma presente nel diritto internazionale. L’espressione, che pone in evidenza l’elemento della costrizione all’abbandono del luogo di origine per l’oggettiva impossibilità di continuare ad abitarlo, divide il panorama internazionale: i “migranti climatici”, ricevono davvero tutte le forme di protezione riconosciute ai “rifugiati” dal quadro normativo internazionale?