• Umberto Merlino

Fedez 2023: la politica è sempre più degli influencer?

Secondo un recente sondaggio pubblicato da Swg, oggi il 24% dei millenials sarebbe disposto a votare per Fedez. Per quanto possa sembrare fantapolitica, un’effettiva discesa in campo dell’artista italiano sarebbe in grado di smuovere circa un terzo dei giovani italiani, generazione Z compresa. Percentuale che potrebbe persino salire, includendo la popolazione complessiva.

Una cosa è certa: nonostante i suoi ripetuti attacchi alla nostra classe dirigente, Fedez non ha mai perso interesse per la politica e la politica non ha mai preso sul serio Fedez. A suggellare questo strano quanto altalenante rapporto è stata l’indiscrezione circa un suo primo passo verso le prossime elezioni politiche. Fedez ha infatti registrato un dominio online per le elezioni del 2023, al momento inattivo.

Il dominio è stato acquistato dalla sua società, Zedef (ZDF), che ne gestisce in toto l’immagine, i diritti e la sponsorizzazione di tutte le sue attività, innescando l’attenzione del mondo mediatico italiano e lasciando presupporre una sorta di avvertimento, come se stesse realmente sondando il terreno per verificare se gli convenga o meno.

L’attivismo di Fedez nel campo dei diritti civili è senz’altro un caso mediatico, a partire dagli attacchi alla Rai in occasione del concertone del Primo maggio, fino ad arrivare alle costanti provocazioni con la Lega di Matteo Salvini e le nerbate alla classe politica italiana in seguito all’affossamento del Ddl Zan. In realtà, il rapporto fra Fedez e politica ha radici molto più profonde, fin da quando mosse i suoi primi passi nella musica.

Partito come rapper e cantante, l’artista italiano ha sempre conservato un discreto retroscena politico nei testi delle sue canzoni. A fargli fortuna è stata soprattutto la sua costante ironia e irriverenza verso i personaggi pubblici più noti, cosa che gli ha consentito di farsi conoscere in tutta Italia grazie ai ripetuti scontri sui social network.

Un approccio che, politicamente parlando, potremmo definire da vero populista. Anzi, “Pop-Hoolista”. Complice il suo iniziale entusiasmo verso quello stesso Movimento 5 Stelle, oggi al governo da quasi quattro anni, per il quale nel 2014 cantò un testo per un video pubblicitario e partecipò ad un comizio nel 2015, in qualità di ospite.

Fedez era stato persino presente al primo V-Day di Bologna: da lì in poi avrebbe assicurato il voto alla creatura di Beppe Grillo, almeno fino al 2018, prima di rimpiangere il grillismo del Vaffa negli anni successivi e dedicarsi personalmente di politica nelle più scorrevoli storie Instagram.

Del resto, è grazie ai social network se si sta gradualmente affermando una “pipolisation” del modo di fare politica. La comunicazione pervasiva, genuina e immediata della propria sfera quotidiana è ormai divenuta la prassi principale di chiunque voglia acquisire popolarità - e quindi influenza - sulle persone. In questo caso sugli elettori. Consente di mettere sullo stesso livello gli utenti e il content creator; costruisce un legame duraturo, non più fondato su quel rapporto monolitico che caratterizzava la televisione, ma bilaterale, fondato sul costante dialogo leader-follower.

Prendiamo Matteo Salvini, per citare un esempio. La macchina propagandistica di Salvini, organizzata a tavolino dal suo ex spin doctor Luca Morisi, ha sempre avuto come base strutturale la figura del “leader influencer”, onnipresente sui social, creatore di contenuti leggeri, seppur politici, ma comunque semplici e comprensibili al maggior numero di utenti possibili.

La politica degli influencer – ma non dei politici influencer - è di fatto una realtà, perché oggi la politica si fa squisitamente sui social network e sempre meno in televisione. Un contenuto, una tematica, una frase pronunciata durante un talk show è in grado di risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica soltanto se circola nel tritacarne dei social. Non è un caso che chi riesce ad acquisire una notevole portata sui canali digitali possa spesso costruirsi una propria nicchia personale, plasmando le opinioni e gli stili di vita di milioni di persone sulla base del proprio brand personalizzato.

Con l’avvento delle tecnologie digitali, negli ultimi anni si è aperta una faglia insanabile tra politica e cittadini. Gli influencer stanno occupando le grandi lacune del dibattito pubblico, generate dalla mancata presenza sul territorio della classe dirigente al potere, e soprattutto si stanno prendendo carico di tutte quelle tematiche che la politica sta gambizzando da tempo, tra cui il Ddl Zan e la legalizzazione della marijuana.

Fedez e Chiara Ferragni questo lo sanno molto bene. Essi possono contare rispettivamente su una base di seguaci che si assesta tra i 13 e i 25 milioni di utenti (in buona proporzione italiani), i quali ne fanno i personaggi più influenti del nostro Paese. Un immenso serbatoio di voti, da cui potrebbero attingere non poco consenso nell’ottica di un’effettiva candidatura.

La sua strategia di delegittimazione della politica italiana gli ha infatti consentito di guadagnarsi la fiducia dei giovani, stanchi di decenni di immobilismo da parte di quelle stesse istituzioni giudicate sempre più distanti dai cittadini, nonché appartenenti a una realtà ormai superata.

Il capitale sociale costruito anno dopo anno, concerto dopo concerto, post dopo post, potrebbe fruttare a Fedez un buon risultato alle urne e potrebbe paradossalmente rialzare l’asticella di un astensionismo in rapida ascesa soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Immaginiamo cosa potrebbe succedere se lanciasse un partito personale, su modello macroniano o renziano, con annesso un simbolo personale e una narrazione fortemente mitizzata, imperniata sui Ferragnez.

La sua candidatura, tuttavia, difficilmente si tradurrà in un Fedez nelle vesti di Presidente del Consiglio dei ministri, neppure negli scenari a lui più prosperi. Potrebbe però assicurargli un seggio in primo piano in Parlamento, sotto la costante attenzione dei riflettori. Fantapolitica? Comunque vada, una potenziale discesa in campo di Fedez è a dir poco inevitabile, specialmente se si considera l’attrazione quasi endemica che la politica ha a lungo esercitato sul cantante italiano.