• Giuseppe Rossetti

Gli "Scappati" tornano a Palermo: condanne e assoluzioni dal blitz “New Connection”

Come questa rubrica ha già raccontato, i primi ad avere rapporti con gli USA, tra i vari criminali, sono sicuramente stati i siciliani. Ecco come, dopo decenni, alcuni sono stati condannati ed arrestati, nel tentativo di tornare a Corleone.


Summit organizzati in mezzo al mare di Mondello per evitare le intercettazioni, traffico di droga, pizzo, affari con le slot machine e soprattutto collegamenti costanti con Cosa Nostra Americana. Un ritorno in grande stile è stato quello degli 'scappati', la parte perdente di Cosa Nostra durante la seconda guerra di mafia degli anni '80. Ma non è durato per molto. Sono arrivate 19 condanne con il rito abbreviato tra cui anche quelle di Tommaso e Franco Inzerillo - boss di Passo di Rigano - rispettivamente di 16 anni di carcere per il primo e 11 anni e 4 mesi per il secondo.

Il processo in abbreviato è nato dal blitz polizia e Fbi "New Connection" del luglio 2019 e la sentenza è stata emessa dal gup Elisabetta Stampacchia accogliendo le richieste del procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dei sostituti Amelia Luise e Giovanni Antoci. Condanne pesanti anche per Antonino Fanara (11 anni e 4 mesi), ad Alessandro Mannino (12 anni e 4 mesi) e a Benedetto Gabriele Militello (11 anni e mezzo). Contestualmente, però, il giudice ha anche deciso di assolvere quattro degli imputati: Maurizio Ferdico, Antonino Intravaia, Fabio Orlando e Giovanni Sirchia.


Tommaso Inzerillo, 72 anni, aveva già iniziato a far parlare di sé quarant'anni fa.


Il 25 giugno del 1980 si era reso irreperibile e il giudice Giovanni Falcone aveva firmato un mandato di cattura per associazione a delinquere finalizzata all’esportazione di valuta e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Il boss era stato catturato infine nella Repubblica Dominicana alla fine degli anni Ottanta e poi, dopo essere stato estradato in Italia, aveva ricevuto una condanna di 23 anni. Nell'ottobre del 2005 gli era stato concesso il regime della semilibertà ma un nuovo arresto per mafia nel blitz ‘Gotha’, avvenuto nel 2006, lo avrebbe poi portato ad una nuova condanna a 10 anni per mafia. Proprio lui nelle intercettazioni, sosteneva che avrebbe insegnato a sparare a suo figlio che allora aveva appena 2 anni: "Appena ha la forza nel dito, prende e cafudda", diceva, peraltro nel giorno dell'anniversario della strage di Capaci, il 23 maggio del 2018.


Inoltre, aveva rischiato l’ergastolo con l’accusa di avere attirato in trappola i parenti Pietro e Antonio Inzerillo, dandoli in pasto ai corleonesi in cambio della sua stessa vita. Alla fine, è stato assolto dell’omicidio e scarcerato il 15 novembre 2013. Secondo tutti i pentiti, è lui l’uomo forte a Passo di Rigano e la scelta di affidare a Giovanni Buscemi il compito di partecipare alla nuova cupola è stata una mossa per evitare guai.


Infatti, tra gli arrestati nel blitz 'New Connection' c'era stato anche Giovanni Buscemi - pure lui condannato dai pm a 14 anni - già fedelissimo di Totò Rina e arrestato la prima volta nel dicembre 1994. Dopo un periodo di latitanza, era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giovanni Giordano, di cui aveva anche sciolto il cadavere nell’acido. Tuttavia il 'fine pena mai' era stato commutato in una condanna a trent’anni il 6 aprile 2018. Dopo la sua inaspettata scarcerazione si era ripreso il suo posto di parigrado accanto a Tommaso Inzerillo.


Inoltre, dopo essere stato scarcerato, Buscemi è andato a cercare Filippo Bisconti, ex capo mafia di Belmonte di Mezzagno e oggi collaboratore di giustizia: “Due, tre mesi dopo che lui è uscito dal carcere mi ha cercato lui e io ci sono andato molto volentieri”. Così era iniziata la processione a casa di Buscemi per rendergli omaggio. E il capo mafia appena scarcerato non si era tirato indietro, aveva accolto tutti organizzando banchetti.


Tra gli invitati c'era anche Giuseppe Spatola, pure lui condannato dai pm palermitani a 12 anni, tra le cui attività portate alla luce dall'inchiesta c'era quella di realizzare una grande sala scommesse nel negozio di La Rosa: "Un posto all'americana - diceva - un casinò texano, una cosa di poker e tutte le macchinette", una sala slot "con la tessera e con 40 televisioni, che come sta venendo non ce ne sono a Palermo", una "cosa spettacolare". Il genero di Tommaso Inzerillo aveva programmi ambiziosi anche per l'inaugurazione: avrebbe voluto "sushi, ostriche, modelle, Anna Falchi, Mara Venier, Belen, vediamo chi possiamo annagghiare". Spatola, pure lui condannato dai pm palermitani a 12 anni paragonava Tommaso Inzerillo (suo genero) ad un altro pezzo grosso: “… minchia mi piace… per me Giovanni è tipo mio zio Franco, un altro mio zio Franco”.


Ossia Francesco Inzerillo, 65 anni, detto Franco ‘u truttaturi, uno dei figli maschi assieme a Rosario, di Giuseppe Spatola. L'uomo era stato coinvolto nel 1988 nell’operazione ‘Iron Tower’ e successivamente assolto nel 1999 dal reato di associazione mafiosa. Tuttavia nel 1997 era stato espulso dagli Stati Uniti e arrestato al momento del suo arrivo a Roma.


Nel 2006, dopo il blitz 'Ghota' era stato nuovamente messo dietro le sbarre per dieci anni e mezzo ma la cassazione aveva successivamente annullato il verdetto e deliberato di celebrare un nuovo processo di appello al termine del quale i giudici scrissero che “non appare delineabile una sicura compenetrazione dinamica dell’Inzerillo in Cosa Nostra, atteso pure che dai servizi di osservazione, si evidenziavano soltanto sporadici incontri dell’imputato proprio con quei soggetti, per lo più suoi parenti, che venivano direttamente ad interessarsi della questione dell’allontanamento dalla Sicilia”.


Tornando alle condanne, i giudici hanno stabilito che buona parte degli imputati dovrà anche risarcire Sicindustria, il Centro Pio La Torre, Fai e Solidaria (la quantificazione dovrà avvenire in sede civile), mentre il giudice ha disposto una liquidazione di 4 mila euro ciascuno per Confesercenti, associazione Caponnetto e Sos Impresa.


Un'altra decina di imputati è attualmente sotto processo con l'ordinario. All'apertura dell'udienza preliminare, a luglio dell'anno scorso, uno degli avvocati aveva rilevato che la Procura non aveva rispettato i termini per la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, anticipandola di tre giorni. Un elemento che era stato ritenuto valido dal giudice e il processo era così nuovamente ritornato alla fase delle indagini preliminari, ma alla fine la sentenza di primo grado è arrivata in tempi più che ragionevoli.


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