• Jacopo Fabrizio

Jeff Koons, luccicante o vuoto?



La sua fama e le centinaia di milioni di dollari del suo patrimonio fanno spesso ritenere Koons solamente un imprenditore; il quale è, e raffinato. Gli oggetti delle sue opere, il loro aspetto, il loro risvolto anche quotidiano devono essere visti in un’ottica di vicinanza e dialogo con lo spettatore. La loro semplificazione o banalizzazione fuorvia gli intenti dell’artista e sminuisce lo studio che precede la scelta degli oggetti e il dispendioso, anche in termini economici, lavoro di realizzazione.


Fino al 30 gennaio a Firenze, a Palazzo Strozzi, la mostra Jeff Koons. Shine cerca di dare completezza dell’opera dell’artista americano ripercorrendo i diversi e variegati lavori svolti finora. I curatori, Arturo Galansino e Joachim Pissarro, hanno voluto utilizzare il termine shine (lucentezza) «inteso come gioco di ambiguità tra splendore e bagliore, essere e apparire». La parola si lega perfettamente all’effetto di brillantezza e splendore che sprigiona l’acciaio inossidabile utilizzato nella maggior parte delle opere di Koons.


Quest’ultimo è dell’idea che «tutto avviene nella relazione con lo spettatore. È qui che avviene l’arte». In questo modo, quindi, si spiega la lucidatura a specchio dell’acciaio inossidabile, permettendo così allo spettatore di veder riflesso sé stesso e ciò che lo circonda. Chi guarda è il fulcro del pensiero e della ricerca dell’artista il quale ha variato nel corso della sua carriera le tematiche delle sue opere cercando sempre, al contempo, di renderle accessibili a chiunque utilizzando oggetti e stilemi presenti nell’immaginario di massa: volutamente astratto ma non complesso.


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Jeff Koons e Hulk (Tubas), prima esposizione in assoluto per l’opera.

Risale al periodo di Natale del 2015 il primo contatto di Koons con Firenze, quando donò alla città una sua luccicante scultura, Pluto and Proserpina, che venne esposta in piazza della Signoria. Sia la statua, posta in quella che da secoli è la piazza del David di Michelangelo, sia la mostra che venne organizzata dentro Palazzo Vecchio, la quale voleva mettere in connessione la serie di sculture Gazing Ball con opere del Cinquecento, fecero storcere molti nasi.


Uno dei più critici a riguardo fu Luigi Bonfante, che in un articolo scrisse: «queste opere di Koons possono essere efficaci eventi (auto)promozionali e utili specchietti per le allodole del turismo. Possono anche essere usate come spunti per excursus nella grande arte del passato; ma in realtà ne sono la nemesi. La sua provocatoria, urticante nobilitazione del Kitsch è come nascosta ed edulcorata sotto una specie di bon ton citazionista, che finisce per disinnescare la paradossale profondità della superficialità di Koons».


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Jeff Koons, Gazing Ball (Barberini Faun), 2013

La mostra Shine, invece, è passata sotto traccia, se messa a paragone con quella di sei anni fa. I numeri però sono a favore della Fondazione Palazzo Strozzi: finora sono stati più di 50 mila i visitatori. A dimostrazione del fatto che Koons non è apprezzato solamente dal grande mercato e che la curiosità e l’interesse che i suoi lavori suscitano non sono esclusività dei critici, anzi.


L’allestimento è stato pensato in maniera tale che le 33 opere in esposizione, divise in otto sale che raccontano i processi e gli studi che hanno portato alla loro costituzione, siano anche accompagnate da cartelloni in cui le parole dei curatori, e soprattutto quelle dell’artista, possono portare lo spettatore a conoscere le reali ideazioni e intensioni di Koons, e in seguito farsi un’idea. «Jeff Koons sembrava portare in sé qualcosa di doppio, come una contraddizione insormontabile tra la scaltrezza ordinaria di un agente di commercio e l’esaltazione dell’asceta. Era difficile», scrisse in un romanzo Michel Houellebecq. Infatti, il più grande merito della mostra è proprio l’aver dato gli strumenti per discutere di uno degli artisti più discussi cercando così di diminuire i pregiudizi che lo accompagnano da decenni.