• Umberto Merlino

L'incognita Zemmour e le altre variabili delle presidenziali francesi

“Benvenuti in Zemmouristan” afferma Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra francese, descrivendo l’improvviso ingresso di Éric Zemmour nella rosa dei potenziali candidati. Un ingresso che sta certamente sparigliando le carte, a sei mesi dalle più importanti elezioni che la Francia recente abbia mai affrontato.


Figura enigmatica, questo Zemmour. Di origini ebraico-algerine, possiede una lunga esperienza come giornalista, saggista e opinionista televisivo. La sua familiarità con i mass media francesi gli ha consentito negli ultimi anni – e soprattutto settimane – di sponsorizzare il proprio pensiero politico contenuto in diverse pubblicazioni, orientate al conservatorismo, al sessismo e all’ultranazionalismo più sfrenato. In Francia Zemmour è così tanto presente nei media che gli esperti parlano di una vera e propria “zemmourizzazione” del dibattito pubblico.


La cosa più curiosa di questo scenario è infatti la faglia che si è andata a creare all’interno dell’elettorato più conservatore, dominato fin dal 2017 dal Rassemblement National di Marine Le Pen. Il consenso di Le Pen aveva cominciato a flettersi sul finire dello scorso luglio, scendendo in picchiata in corrispondenza dell’inserimento di Zemmour nel panorama politico francese (oggi a 17%). E anche se adesso l’ascesa di Zemmour sembra essersi disposta su un 16% (28% secondo Ipsos), drenando i voti lepenisti e repubblicani, l’andamento altalenante di entrambi gli schieramenti oltranzisti si presenta ancora troppo instabile per definire un trend affidabile.


La differenza sostanziale tra Le Pen e Zemmour non sta tanto nella sostanza, quanto nella forma. La prima è tradizionalmente concepita come il perno trainante del populismo, quello delle periferie, dei gilet jaunes, delle fasce socioeconomiche più fragili, nonché dei nazionalisti più euroscettici. Zemmour, invece, è riuscito a combinare questa grezza narrazione populista con una postura da intellettuale chic, a dir poco elitario, intrisa di un tale dogmatismo da apparire magnetico non solo agli occhi di quegli elettori di destra ormai radicalizzati dopo anni di Le Pen, ma anche dei giovani e dei cattolici.


Nonostante possa sembrare calmo e ragionevole nei talk show, il pensiero di Zemmour è molto più estremista e intollerante di quello di Le Pen. Zemmour non solo sostiene la tesi del “declino della Francia”, ma anche quella del “declino dell’uomo maschio”, il che lo rende un individuo molto pericoloso. Magnetico, ma molto pericoloso. Zemmour sembra parlare da intellettuale, da psicologo, più che da politico: innescare nella mente dei francesi tali concetti e martellare l’opinione pubblica fino alle elezioni sarebbe vitale per la crescita della sua immagine, nonché del suo potenziale partito, Vox Populi, che si dice possa presentare a breve. Un colpo basso per Le Pen, la quale in un modo o nell’altro continua a incassare l’appoggio del sovranismo europeo, a partire da Viktor Orbán, come dimostra l’accoglienza da capo di Stato imbandita qualche giorno fa a Budapest in onore della sua alleata.


Paradosso? In un certo senso sì. Mentre Le Pen cerca di allontanarsi dalle origini estremiste del suo partito, Zemmour coltiva l’intenzione di provocare e radicalizzare ulteriormente l’opinione pubblica, per spingere l’elettorato di destra a ossessionarsi delle sue stesse teorie. Basti pensare che persino il padre della leader di Rassemblement National – Jean-Marie Le Pen – ha espresso apprezzamenti in favore dell’outsider Zemmour.


Da una parte, ciò potrebbe ampliare la portata del sovranismo in Francia, in quanto lo scontro fra i due fornirebbe notizie sempre fresche ai mass media, dettando quindi l’agenda. Al contrario, la rivalità fra Le Pen e Zemmour potrebbe addirittura dividere l’elettorato radicale e aiutare lo stesso Macron a restare il candidato di punta, la cui base elettorale oggi si assesta su un apparentemente solido 24%. In un modo o nell’altro, la destra francese sarà il campo su cui si giocheranno queste presidenziali.


Anche a sinistra vi è una tangibile frammentazione, nonostante sia una costante della realtà politica progressista. Anne Hidalgo si conferma la candidata dei socialisti, avendo vinto le primarie del partito, mentre per i verdi correrà Jadot, il cui trend in leggera crescita suggerisce un assorbimento dei consensi proprio a discapito della Sindaca di Parigi, sua competitor. Insieme a Mélenchon, il corpo principale della sinistra francese sfiora appena il 20%. Insufficienti per vincere da soli l’Eliseo, ma necessari a Macron per raschiare il fondo del barile e tentare di ripetere l’ascesa del 2017, quando ne riscosse l’appoggio iniziale per poi rischiare di perderlo negli anni successivi.


Del resto, il 2022 segnerà uno spartiacque fra due tipi diversi di Francia. Una sovranista, l’altra europeista; l’una orbánista, l’altra macronista. Di certo, una Francia sovranista potrebbe costituire la goccia di troppo per un’Europa già abbastanza in crisi.