• Federica Tardolini e Giada Vair

L’Italia è tra i peggiori in Europa per disoccupazione giovanile

Si conferma stabile il numero di NEET (Neither in Employment or in Education or Training) in Italia, con percentuali preoccupanti soprattutto per le donne. Tra le cause principali emergono le differenze socio-economiche e l'incompatibilità tra formazione e mercato del lavoro.

Forti criticità occupazionali per i giovani

Il mercato del lavoro italiano è in continua evoluzione e, al tempo stesso, sembra offrire poche vere opportunità di crescita e di sostentamento per i cittadini. Gli strascichi della crisi economica del 2008 e il recente shock causato dalla pandemia di Covid-19 hanno avuto un notevole impatto negativo sulle imprese, in particolare piccole e medie, e sulle famiglie italiane più povere. Nonostante questo, i dati Istat relativi alla disoccupazione in Italia risultano in linea generale stabili rispetto a quelli dello scorso anno. Seppur provvisori, i numeri mostrano che tra gennaio 2021 e gennaio 2022 è diminuito sia il numero totale di persone in cerca di lavoro (-12,9%, pari a -326mila unità), sia la quota degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-5,0%, pari a -684mila unità). I dati delineano un quadro positivo, soprattutto se si considerano le misure economiche attuate nell’ultimo anno dal governo italiano attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), per contenere il divario socio-economico che era aumentato per via della crisi sanitaria. Positivo sì, ma non è sufficiente: sono ancora numerose le criticità occupazionali che caratterizzano le generazioni più giovani, in particolare le donne. L’attuale tasso di disoccupazione italiana riflette le falle di un sistema imprenditoriale sostanzialmente precario che non riesce a valorizzare il capitale umano che viene formato da scuole e università, determinando una profonda incompatibilità tra formazione e mercato del lavoro, e che continua ad aumentare il divario di genere.


In Italia un giovane su quattro è disoccupato

La “lost generation” dei NEET è composta da giovani, nella fascia di età tra i 15 e i 34 anni, che non lavorano, non studiano e non sono impegnati in alcun percorso formativo. Esplicativi sono i dati forniti dal Sole 24 Ore che mostrano che i NEET attualmente sono più di 3 milioni e costituiscono il 25,1% della popolazione che rientra nella fascia d’età tra i 15 e i 34 anni, 1,7 milioni dei quali sono ragazze e giovani adulte. Ciò che preoccupa maggiormente è che la crescita di queste percentuali rappresenta il frutto della grande crisi economica del 2008. Il picco è stato toccato nel 2014 raggiungendo il 24% dei NEET. Negli ultimi dieci anni i dati non sono mai diminuiti, anzi, si sono stabilizzati attorno al 25-27%, soprattutto dallo scoppio della pandemia nel 2020 in poi.

Numerosi sono i fattori che influiscono nell’aumento della percentuale di NEET sul territorio italiano, tra i quali il basso livello di alfabetizzazione e di rendimento scolastico, il fatto di appartenere ad un nucleo famigliare con basso reddito o in una zona rurale. A tal proposito, i dati raccolti dall’Istituto Nazionale di Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) nel 2019 mostrano come l’Italia sia divisa a metà. I NEET appartenenti alla fascia di età tra i 15 e i 24 anni si registrano in percentuale più elevata nel Sud Italia - il 28,4% si trova in Calabria e il 30,3% in Sicilia -, mentre il Centro-nord è in linea con la media europea. Inoltre, si registra un innalzamento del numero di giovani che abbandonano gli studi prima di aver conseguito il diploma di istruzione secondaria di secondo grado: nel secondo trimestre 2020, in Italia, il percorso formativo si è interrotto prima della conclusione del percorso formativo per il 13,5% dei giovani tra 18 e 24 anni.

Il rischio più grande per i NEET è quello di restare inoccupati per un periodo molto lungo, non rendendosi più “appetibili” per gran parte delle imprese italiane in quanto privi di esperienza di qualunque tipo. La maggioranza dei NEET, infatti, (il 62,5% nel 2020) è senza esperienze di lavoro. Si tratta di circa 1.313.000 giovani. Tra questi, più di 6 su 10 hanno conseguito il titolo di studio da almeno 3 anni, quota che sale all’87,3% tra chi ha un titolo secondario inferiore, scende al 53,7% tra chi possiede il diploma e tocca il 18,8% tra chi possiede una laurea. Per il 40,3% dei NEET che hanno avuto almeno un’esperienza lavorativa, il tempo trascorso dall’ultima occupazione è pari a 12 mesi o più. Questa incidenza è maggiore tra coloro che appartengono ai gruppi più vulnerabili: i residenti del Mezzogiorno (43,7% contro 36,5% dei residenti del Nord), le donne (47,6% contro 33,3% degli uomini), gli stranieri (47,7% contro 39% degli italiani) e tra coloro che hanno un basso livello di istruzione (45,6% contro 35,0% di chi possiede un titolo terziario).


Le quota rosa nella disoccupazione giovanile

Stando alle statistiche dell’Eurostat aggiornate al 2020, l’Italia conta un maggior numero di donne disoccupate tra i 15-24 anni rispetto al valore registrato per gli uomini nella stessa fascia d’età, con un tasso di disoccupazione del 32.1% per le prime e del 28.4% per i secondi. Nonostante sia stato registrato un aumento della disoccupazione giovanile femminile durante la pandemia di Covid-19, fortunatamente non sono state registrate cifre tanto elevate quanto quelle rilevate durante la recessione economica scaturita dalla crisi del 2007-2008, con un apice del 44.6% nel 2014. Le ultime statistiche pubblicate dall’Istat rispetto al mese di dicembre 2021 mostrano una ripresa notevole nell’occupazione femminile, grazie anche ad una graduale riduzione dell’impatto sociale causato dalla pandemia e al mitigamento delle restrizioni adottate per contenerla. Il tasso di occupazione per le donne è infatti salito al 50,5%, una cifra non ancora soddisfacente, ma si tratta della più alta mai registrata in Italia. I dati mostrano che le differenze con il genere maschile diminuiscono all’aumentare del grado di istruzione della donna: le lavoratrici e i lavoratori del terziario hanno tassi d’occupazione simili, mentre le donne impiegate nel settore secondario inferiore registrano almeno 35 punti di differenza con gli uomini. Tra i NEET, invece, la quota rosa varia con l’età, partendo da un 45% per la fascia tra i 15 e i 19 anni, giungendo al 66% per le giovani adulte tra i 30 e i 34 anni. Questo aumento che accompagna l’avanzamento di età è spiegato dal sorgere di incombenze che oggi sono ancora spesso percepite come principalmente “femminili”, quali la cura della casa e la crescita dei figli. Il 26% delle donne Neet, infatti, è madre, una cifra esorbitante rispetto al 2% registrato per gli uomini.


La situazione europea

L’Italia è al di sotto della media europea (46%) per occupazione giovanile, con un tasso di occupazione nel 2020 del 29.8%. Al terzo posto tra i membri dell’Unione europea dopo Grecia (29.8%) e Spagna (29.2%), il 22.1% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni risulta disoccupato. Queste percentuali avvicinando i tre stati membri alle percentuali di paesi non comunitari come la Turchia (21.7%), la Macedonia del Nord (29.6%) e il Montenegro (30.7%), e molto lontani da Stati come la Repubblica Ceca e la Germania, con tassi di disoccupazione giovanile molto bassi rispetto alla media europea, con dati rispettivamente del 5.3% e del 6.3%. Il dato più preoccupante che distanzia notevolmente l’Italia dai suoi colleghi europei riguarda, come accennato precedentemente, i NEET: secondo l’Eurostat nel 2020 erano circa 3 milioni i ragazzi tra i 15 e i 34 anni esclusi sia da percorsi formativi sia lavorativi, una cifra molto al di sopra rispetto alla media europea (14%). Nuovamente l’Italia si avvicina maggiormente alle cifre di Turchia (32%), Macedonia del Nord (26.2%) e Montenegro (26.6%) più che agli Stati membri dell’’UE, superando in questo caso anche paesi generalmente affini all’Italia come Spagna (17.3%) e Grecia (18.7%). Il confronto con l’Unione europea mostra, inoltre, quanto siano ridotte le possibilità di occupazione per i giovani in Italia appena usciti dal ciclo di studio e in cerca di occupazione. Secondo le statistiche dell’Istat relative ai ritorni occupazionali dell’istruzione, il 23.3% dei giovani italiani che ha terminato gli studi da 1-3 anni è ancora alla ricerca di un lavoro, rispetto ad una media UE del 12.8%.


Scarring effects e NEET Working

La condizione di disoccupazione giovanile, soprattutto nel caso dei NEET, porta con sé alcune conseguenze dannose per l’individuo. Questi rischi, chiamati anche scarring effects, possono riguardare una serie di settori diversi: maggiori difficoltà occupazionali, come svalutazione e mancata acquisizione di competenze lavorative; maggiore rischio di disoccupazione nell’età adulta e occupazioni con mansioni elementari senza prospettive di “scalata lavorativa”; esclusione sociale, che si manifesta con la rottura di legami relazionali, inattività, disimpegno civico e politico e difficoltà di accesso ai servizi; salute fisica e mentale, con episodi di depressione, riduzione di autostima e crescita di ansia dovuta alla mancanza di prospettive. Per far fronte alla disoccupazione giovanile e ai suoi effetti, il Ministero per le Politiche Giovanili ha messo in piedi un Piano di Emersione e Orientamento dei Giovani Inattivi denominato NEET Working. Il Piano è organizzato su due traiettorie tra loro complementari, che intrecciano necessità di emersione, engagement e attivazione delle risorse giovanili con i passaggi del processo dell’innovazione sociale (mappatura, profilazione e sostegno). Per poter raggiungere questo obiettivo, è prevista la cooperazione con alcuni meccanismi a livello nazionale ed europeo, come ad esempio il Portale Giovani 2030 e la Strategia dell’Unione Europea per la Gioventù, che agevolano la comunicazione con le giovani generazioni e ne incentivano l’inserimento nel mercato del lavoro.

Non è semplice. Infatti, uno dei principali ostacoli rilevati è la mancanza di un’adeguata pubblicità di queste iniziative, che va a minare l’efficacia delle stesse politiche sociali del governo. Sono dunque necessari maggiori investimenti che permettano di sfruttare al meglio il capitale umano rappresentato dai giovani, in modo da garantire loro un più ampio ed equo accesso al mondo del lavoro.