• Stefano Balboni

L’uso dei migranti come arma politica.

Il caso Bielorussia-Polonia evidenzia la spaccatura circa la politica migratoria europea.


La questione migratoria è tornata al centro del dibattito europeo negli ultimi giorni. Secondo una stima approssimativa, in questo momento tra le 3 e 4mila persone si trovano al confine tra Polonia e Bielorussia con l’obiettivo di entrare nell'UE. La situazione è però ancora più complessa dal momento che si stima la presenza in Bielorussia di circa altri 10mila migranti provenienti da Iraq, Siria, Afghanistan e, in generale, dal Medio Oriente, pronti ad essere spinti sul confine polacco. La tensione sulla frontiera polacca è alle stelle, si sono registrati scontri tra migranti e forze armate polacche culminati in arresti per chi è riuscito ad oltrepassare le recinzioni di confine e con il lancio di lacrimogeni per dissuadere l’ingresso nel Paese.

Secondo quanto riportato dall’intelligence polacca sono proprio le forze armate bielorusse a fornire utensili per rimuovere gli ostacoli (come il filo spinato) e a spingere i migranti, già in situazioni precarie dovute alla fame e al freddo, al confine tramite varie intimidazioni, tra cui lo sparo di diversi colpi d’arma da fuoco.


Qual è lo scopo della Bielorussia e perché questa disputa coinvolge anche e soprattutto l’Unione europea?


Il piano di Minsk è quello di utilizzare i flussi migratori come arma politica per attenuare le sanzioni economiche imposte da Bruxelles nei suoi confronti. A questo scopo, da diversi mesi, il regime di Lukashenko ha creato una sorta di canale di immigrazione non ufficiale che, tramite un sistema di accordi con alcune compagnie aeree, mira a importare direttamente nuovi migranti. Il risultato è l'aumento considerevole del numero di persone che vengono utilizzate come pedine dalla Bielorussia. Per limitare i danni, la Commissione europea si è messa in contatto con le compagnie coinvolte nella crisi migratoria, ricevendo segnali positivi da gran parte di queste - tra cui l’aviazione civile turca che ha sospeso i voli verso Minsk per cittadini di nazionalità siriana, irachena e yemenita - e valutando sanzioni per quelle che non collaborano.

A complicare ulteriormente il quadro vi è la decisione presa dal Parlamento polacco in ottobre, ovvero erigere un muro anti-migranti ai confini entro la metà del 2022. La costruzione di muri e recinzioni sui confini è una questione annosa per l’Unione europea, nonché motivo di scontro politico tra i vari Paesi che la compongono.

Il presidente del Consiglio UE, Charles Michel, e il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki

Dall’ultimo Consiglio europeo di ottobre era emersa la contrarietà della Commissione europea al finanziamento del muro polacco ma, in occasione di una visita al Capo dell’esecutivo della Polonia, Mateusz Morawiecki, il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha rilasciato dichiarazioni che hanno di fatto riaperto questa possibilità, qualora venisse discussa e approvata in Commissione, mettendo in mostra la divergenza con la posizione ufficiale di Ursula von der Leyen, da sempre contraria all’idea.


Nel tentativo di porre rimedio alla tensione sui confini polacchi, la Commissione europea ha tentato di coinvolgere Mosca nella mediazione. La prima risposta di Putin è stata piuttosto elusiva, invitando al confronto diretto con la Bielorussia. In una successiva occasione, il Cremlino ha aggiunto benzina sul fuoco, ricordando che ciò che sta avvenendo in Polonia è sostanzialmente contrario ai valori dell’UE rispetto al diritto di asilo.


In questo scenario, la Commissione europea ha fatto sapere di valutare l’inasprimento delle sanzioni verso la Bielorussia, innescando la minaccia di Minsk di tagliare l’erogazione del gas russo verso l’UE. Solamente dopo queste dichiarazioni la Russia ha invitato nuovamente le parti a confrontarsi per trovare una soluzione pacifica, questa volta però Mosca potrebbe esercitare pressioni su Minsk per preservare gli interessi economici legati alle partite di gas.


In questa disputa, tuttavia, ad uscirne sconfitta è sicuramente l’Unione europea che continua a mostrare l’incapacità di trovare in autonomia soluzioni di lungo periodo circa la politica migratoria. La mancanza di una vera e propria politica estera comune lascia scoperto il fianco agli attacchi e ai ricatti dei Paesi confinanti con l’Unione stessa. Paradossalmente, la crisi dei migranti ha valore quasi provvidenziale per la Polonia che, grazie a questo pretesto, può spostare l’attenzione del dibattito europeo sui suoi confini, invece che sul rispetto dello stato di diritto che la stava mettendo duramente alla prova.