• Jacopo Fabrizio

La Cina dà la caccia ai dissidenti, Brescia li accoglie

Badiucao ha la volontà e l’esigenza di esprimersi con sicurezza, per questo motivo l’appellativo di «nuovo Bansky» non gli si addice: l’artista cinese è praticamente stato costretto ad utilizzare uno pseudonimo e a trasferirsi in Australia per proteggersi dalle vessazioni del governo del suo Paese mentre, invece, Bansky utilizza questo stratagemma per fini commerciali. Si può dire infatti che sia molto più simile ad Ai Weiwei, altro artista dissidente cinese che è riuscito a far arrabbiare Pechino con le sue opere.

L’artista davanti a una sua opera

Lo stile ironico, sprezzante, simil-pop che contraddistingue i lavori di Badiucao è ispirato dalle locandine propagandistiche del governo comunista cinese, prendendosi gioco di loro e toccando temi ad esso storicamente sgraditi. Complimenti, quindi, vanno fatti al Comune di Brescia e alla Fondazione Brescia Musei che hanno resistito e risposto con tenacia e fermezza alla richiesta di cancellare La Cina (non) è vicina. «Le opere in mostra sono piene di bugie anti-cinesi, distorcono i fatti, diffondono false informazioni, fuorviano la comprensione del popolo italiano e feriscono gravemente i sentimenti del popolo cinese mettendo in pericolo le relazioni amichevoli tra Cina e Italia», è quanto scritto nella lettera inviata dall’ufficio cultura dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese il 15 ottobre. La risposta di Emilio Del Bono, sindaco del capoluogo lombardo, e Francesca Bazoli, presidente di Brescia Musei, è stata tanto secca quanto in linea con le intenzioni di Badiucao, affermando che la mostra non vuole «mettere in cattiva luce la Cina o il popolo cinese» bensì è dedicata «all’arte contemporanea nella sua correlazione con la libertà di espressione». L’artista, niente affatto sorpreso dell’accaduto, ha commentato nella trasmissione televisiva bresciana Messi a Fuoco: «la presa di posizione del governo cinese è una forma di bullismo. Ho lasciato la Cina anni fa per poter esprimere la mia arte e essere finalmente libero».


La mostra, presente dal 13 novembre al 13 febbraio nel Museo di Santa Giulia, è quindi così diventata più per motivi diplomatici che artistici l’evento maggiormente attrattivo della IV edizione del Festival della Pace, che terminerà il 26 novembre. La rassegna è testimonianza, secondo le parole di Del Bono, di una «lunga tradizione cittadina di ospitalità nei confronti dei dissidenti», la quale ha ospitato diversi artisti provenienti da Paesi attraversati da conflitti tra cui, nel 2019, la curda Zehra Doğan.

Badiucao, Winnie the Trophies, 2017, stampa digitale, 115x150 cm

Nei primi giorni di apertura La Cina (non) è vicina ha registrato un consistente afflusso di pubblico, oltre 1500 visitatori, mostrando in questo modo interesse verso i lavori di Baduciao, molti dei quali non sono stati resi visibili sulla sua pagina Instagram a causa dell’ingerenza su di lui e la sua famiglia, e sicuramente anche per quello che lui ormai rappresenta: la voglia di libertà in una Cina che attualmente ha un aspetto più aperto rispetto al passato ma resta ancora oppressiva.