• Luca Cialfi

La critica cinematografica tra Cahiers du cinéma e i social network



La domanda sorge spontanea: in un panorama culturale e mediale inondato da una sovrabbondanza di imbonitori, fanatici, tifoserie e cinefili da tastiera abbiamo ancora bisogno della critica cinematografica?


Nel cinema contemporaneo, nelle più rosee situazioni, ci troviamo sempre più spesso davanti a un critico che non seleziona più, al massimo decide ciò che il pubblico dovrebbe portare e ciò che non dovrebbe, affiancando la settima arte alle imperanti logiche del consumismo. Così il film viene promosso come fosse un indumento che, a volte, va assolutamente tenuto nel proprio armadio (anche soltanto per poter dire di possederlo), altre volte non va acquistato ma piuttosto denigrato a priori.


Ciò avviene perché «non si chiede più a colui che sa (o che ama o, peggio, che sa perché ama) di dividere il suo sapere con il pubblico, si chiede a colui che non sa nulla di rappresentare l’ignoranza (a volte crassa) del pubblico e, così facendo, di legittimarla»[1]. Siamo allora approdati a una nuova figura, quella del critico dalla parte del pubblico (ibid.) che, ponendosi al suo livello, abbandona un processo analitico e semiologico per dedicarsi a una mera ratificazione e attribuzione di stelline.


In questo calderone possiamo trovare numerose e mitologiche figure quali, ad esempio, gli influencer che, nelle anteprime di molti, colossali blockbuster, hanno preso il posto della stampa specializzata; le molteplici pagine Facebook/Instagram che, autoproclamandosi cinefili doc, frappongono decine di notizie clickbait fra una superficiale recensione e una classifica su “I 10 migliori film della storia!”; e, infine, gli utenti dei diversi social network che, dopo aver abbandonato temporaneamente le vesti da estimatori gastronomici, si dedicano all’elogio appassionato del film appena visto su Netflix. Proprio questi ultimi, inoltre, vengono innalzati a “critici dalla parte del pubblico” dalle più furbe campagne pubblicitarie che, scrivendo a caratteri cubitali il tweet e a caratteri minuscoli l’username, usano le loro reazioni per promuovere il film.



Ma in questo panorama caotico, e allo stesso tempo desertico, tornano incredibilmente attuali e ancora lungimiranti le teorie dei Giovani Turchi dei Cahiers du Cinéma. La rivista, fondata da André Bazin nel 1951, è stata il crogiolo di artisti del calibro di François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol e Éric Rohmer i quali hanno rivoluzionato parallelamente tanto la critica, quanto il cinema stesso, annullando l’antica querelle che divide il critico dall’artista.


Sono stati proprio i protagonisti della Nouvelle Vague a riconoscere per primi il ruolo fondamentale del regista: non più ritenuto un ingranaggio della complessa macchina produttiva cinematografica (come nel cinema hollywoodiano classico), ma innalzato a ruolo di artista o poeta. È in quest’ambito che Alexandre Astruc ha coniato l’espressione caméra-styloper indicare la capacità, di alcuni registi, di utilizzare la macchina da presa come fosse una penna stilografica.

Per Truffaut, Godard e per la loro Politique des auteurs, l’autore è un mito intoccabile e il critico un suo “avvocato” difensore che cerca di traghettare il pubblico verso di lui argomentando e analizzando il prodotto e la poetica che vi è dietro.


Non vi è spazio per “pro” e “contro”, per punteggi e stelline o per giudizi assertivi e monolitici. L’essenza della critica, o di ciò che dovrebbe essere, si trova nelle vene di inchiostro impresse da Andre Bazin: «Nella critica, la verità non si definisce in rapporto a un’imprecisata esattezza misurabile o oggettiva, ma innanzitutto per l’eccitazione intellettuale innescata nel lettore: la qualità di essa, e la sua portata. La funzione della critica non è offrire su un piatto d’argento una verità che non esiste, ma prolungare lo shock dell’opera d’arte il più a fondo possibile, nell’intelligenza e nella sensibilità di chi legge».


Proprio a causa dell’assenza della ricerca dell’eccitazione intellettuale nella critica odierna, tendiamo a cercare dei rapidi e semplicistici giudizi che determinino se un prodotto sia degno di essere visto. Venendo meno questo ruolo primario e a causa dello scarso interesse, sempre più negli ultimi anni, siamo sospinti in una bolla solipsistica in cui tutto sembra fatto per noi, tutto è “scelto” per noi, tutto è “raccomandato” per noi.


Piattaforme quali Netflix, Amazon Prime Video e Disney Plus sono minate da consigli e collegamenti (a volte particolarmente insensati), realizzati da algoritmi che elaborano i dati costantemente forniti dagli utenti di diversi device. Questo ci porterà progressivamente verso un ripiegamento costante delle scelte dei consumatori sui propri gusti, assottigliando la capacità, la voglia e il piacere di scoprire opere che possano esulare dalla propria comfort zone.


Quindi abbiamo ancora la necessità di una critica come quella indicata da Bazin?

Credo di sì. Credo che ancor più che in passato, oggi, abbiamo bisogno di una critica che possa stimolare il pensiero, che possa aprire a infinite prospettive nuove e inaspettate, che riesca a dispiegare i significati insiti in un’opera esaltandoli nuovamente. Una critica che torni, finalmente, a essere quel punto di unione tra autore e fruitore. La critica è un’arte inutile, parassitaria, ma assolutamente necessaria.


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