• Umberto Merlino

La Francia alle prese con il semestre di presidenza UE: un’opportunità per Macron?


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Che sia fortuna o semplice coincidenza poco importa. Il semestre francese di presidenza dell’UE, che decorre dal 1° gennaio 2022, può essere di grande aiuto a Emmanuel Macron. Per due motivi: tentare di assumere le redini dell’Europa post-Merkel e convincere i francesi a farsi rieleggere all’Eliseo.


Andiamo per gradi. A inizio dicembre, il presidente della République aveva condensato le priorità che la Francia intende perseguire per il suo semestre di presidenza europea. Sicurezza, sovranità e riforma del bilancio sono i punti cardine che secondo Macron consentiranno all’Europa di rinsaldare i legami interni e proiettarsi a livello internazionale, esercitando con autonomia la propria sovranità da ingerenze esterne.


Macron, infatti, ha affermato la necessità di riformare l’area Schengen e di rafforzare le frontiere esterne dell’Europa. Dunque, si parla soprattutto di immigrazione e sicurezza. Per Macron bisogna “portare avanti la creazione di un meccanismo di sostegno alle frontiere, armonizzare le regole europee, in particolare in materia di asilo e sostegno ai rifugiati o migranti che si trovano sul nostro territorio”. L’agenda prosegue con la concretizzazione delle misure climatiche (come la carbon tax), il salario minimo, la regolamentazione dei giganti digitali e un riavvicinamento strategico con l’Africa.


Ma si spinge anche oltre. Al fianco della “sicurezza degli europei”, altra necessità dell’Europa è il tempestivo raggiungimento di una piena sovranità strategica europea, un ventaglio che spazia dalla diplomazia (specie il dialogo con la Russia) alla geoeconomia (Global Gateway), dalla difesa (integrazione delle forze armate) a una maggiore autonomia nel settore aerospaziale. In questo, l’intesa sinergica con l’Italia di Mario Draghi è abbastanza eloquente, vista la recente sottoscrizione del Trattato del Quirinale.


Nonostante possa sembrare un accordo asimmetrico, le relazioni italo-francesi non sono mai state così strette. Tanto è vero che gli accordi di Aquisgrana firmati nel 2019 tra Parigi e Berlino costituiscono insieme agli accordi del Quirinale l’evoluzione di un’Europa imperniata sul triangolo Parigi-Roma-Berlino, il cui principale tessitore è proprio Macron e da cui l’Italia può trarre una solida opportunità con una figura del calibro di Draghi al governo. In più, l’uscita di Merkel dallo scacchiere europeo ha inevitabilmente lasciato un vuoto di potere che sia Macron sia lo stesso Draghi sono interessati ad occupare. Il recente scambio di vedute circa la gestione della pandemia nei confini intra europei ne è un solido esempio.


Si vuole finalmente costruire un’Europa federale? In realtà, non è nelle corde di Macron. A un recente incontro con Olaf Scholz, il nuovo governo tedesco ha sostenuto l’ipotesi di uno Stato federale europeo, incontrando però la diffidenza del Capo dell’Eliseo, il quale ha chiosato: “Credo negli Stati-Nazione”. Che la Francia osteggi da sempre il progetto federale europeo non è una novità, ma Macron intende sfruttare appieno la sua attuale centralità in Europa flirtando – da buon centrista – con tutti i volti che compongono le variegate sfaccettature politiche del Continente, anche in funzione della sua campagna per l’Eliseo.


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L'incontro tra Macron e Orban, avvenuto sulla scia della visita di Marine Le Pen a Budapest | Attila Kisbenedek/AFP

Le mosse di Macron in Europa sono funzionali alla sua potenziale campagna elettorale. Il leader di En Marche è pienamente consapevole che le elezioni francesi si giocheranno soprattutto a destra. Così, da una parte cerca il consenso degli elettori socialisti sulle orme delle presidenziali del 2017, rilanciando le tematiche progressiste, dall’altra cerca di riconciliarsi con le fasce più deboli della popolazione, riconoscendo gli errori commessi nei confronti dei gilet jaunes e facendo marcia indietro sulle riforme considerate ostili da buona parte dei francesi, come l’osteggiata riforma delle pensioni.


A destra, mentre galvanizza la sua postura da convinto europeista, combina nel contempo l’europeismo con la sovranità della Francia, sintetizzando anche il concetto di “sovranismo europeo” con il chiaro intento di sbilanciarsi verso le tematiche di destra, dettare l’agenda per incanalare il maggior numero di elettori possibili e indebolire quindi i propri avversari, primi fra tutti Marine Le Pen, Eric Zemmour e la repubblicana Valérie Pécresse.


Recentemente, per esempio, la Nuova Caledonia ha deciso con un referendum di non optare per l’indipendenza, rimanendo parte dei Territori d’Oltremare francesi. Nel frattempo, Macron si è recato a Budapest da Viktor Orbàn, incontro a lui utile non solo per ammiccare ai sovranisti europei, ma soprattutto per rivolgersi a quelli francesi.


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La Francia si sta disimpegnando militarmente in Mali dopo 9 anni di attività | Thomas Coex/AFP

Secondo gli esperti, la presidenza francese dell’UE potrebbe costituire una piattaforma di lancio per la campagna di Macron. Ammesso e non concesso che riesca effettivamente a trainare l’intricato processo decisionale fra gli Stati membri, l’aspirazione di Macron a elevarsi a leader europeo potrebbe rappresentare un’occasione per rilanciare la sua popolarità e mostrarsi come l’unico candidato capace di dare continuità alla linea francese nel Continente, incluso il crisis management dimostrato durante la pandemia.


Inoltre, stando a un recente sondaggio pubblicato da Le Figaro, il 32% degli elettori ritiene il semestre francese dell’UE più una risorsa che una limitazione per Macron e il 63% è certo che le proposte dei candidati sul futuro dell’Europa incideranno in maniera significativa alle urne.


Basti pensare allo slogan scelto per la presidenza UE: “Relance, puissance, appartenance”, il melting pot del centrismo macroniano, un biconcettualismo valevole sia per la realtà europea che per le singole elezioni nazionali.


La scommessa di Macron parte proprio da qui, dal bolstering effettuato nei confronti del proprio operato. Dal fatto che possa fare leva sulla dimensione “del fare” della sua leadership piuttosto che concentrarsi soltanto sulla campagna elettorale, in modo tale che le sue attività in Europa gli conferiscano tutto l’ausilio necessario per disinnescare gli attacchi degli avversari e convincere gli elettori su quanto sarebbe sprecato interrompere il lavoro a metà.