• Giuseppe Ventesimo

La Germania da “malato d’Europa” a “locomotiva d’Europa”. Il nuovo governo riuscirà a non fermarla?

La Germania, come è ben noto, rappresenta l’economia più forte dell’UE, ed è la locomotiva dell’Europa. Ma non bisogna mai dimenticare che ha attraversato momenti di difficoltà economica nella sua storia, se si prendono come riferimento gli ultimi 30 anni, a partire dalla caduta del Muro di Berlino e la successiva Riunificazione Tedesca.


Un importante evento storico che cambiò le sorti dell’Europa, fu la caduta del Muro di Berlino nel 1989, che segnò la fine del bipolarismo, e fece da battistrada alla Riunificazione Tedesca (Wiedervereinigung), che avvenne il 3 ottobre 1990, la quale sancì la fine di una lunga divisione, che durava sin dal Secondo dopoguerra.


La Riunificazione fu facilitata e accelerata dal contesto internazionale favorevole e dall’atteggiamento possibilista sia dell’allora Presidente USA Bush Senior, sia dell’allora presidente dell’URSS Michail Gorbacev.


Il Cancelliere della Riunificazione Tedesca nel 1990 era Helmut Kohl, membro importante ed esponente della CDU. Helmut Kohl effettuò dapprima la Riunifica economica, che spiazzò tutti. Equiparò il valore del Marco Est con il valore del Marco Ovest, portando il Marco dell’Est da un rapporto 4:1 a un rapporto 1:1 nei confronti del Marco dell’Ovest. Infatti questa manovra fu l’antifona della Riunificazione politica, perché portò alla rinuncia della sovranità monetaria della Germania dell’Est e alla sua successiva incorporazione nella Germania Ovest. I salari e le pensioni vennero equiparati per legge.


Questa ridenominazione portò ad una crescita del livello generale dei prezzi non di poco conto. Infatti il tasso di inflazione in Germania triplicò, passando dal 2,49% al 6,45% nel 1992. Si sa, l’inflazione per i tedeschi è un incubo e infatti fu percepito come significativo questo aumento dei prezzi, a cui la Bundesbank cercò di correre subito ai ripari.


E la Bundesbank per contrastare l’inflazione, alzò i tassi di interesse, adottando politiche monetarie restrittive. Ed ebbe conseguenze gravi sulle altre valute nazionali, e infatti questa decisione della Bundesbank fu una delle cause della crisi della lira italiana nel 1992 nel “Mercoledì nero”. E ciò indusse l’Italia ad uscire dal Sistema Monetario Europeo (SME).


Infatti la Riunificazione tedesca fu vista con sospetto dagli altri Stati europei, tanto che Giulio Andreotti, famoso membro della DC, disse: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due”.


Allora per eliminare questo sospetto, fu trovato accordo che darà la svolta al procedimento di integrazione europea e accelererà il cammino verso l’adozione della moneta unica. In tale accordo la Germania rinunciava al marco, valuta ritenuta forte, così gli altri Paesi appoggiavano con favore la Riunificazione tedesca per avanzare nell’integrazione europea, e creare stabilità all’interno del territorio europeo.


Con l’adozione della moneta unica, la politica monetaria è affidata alla Banca Centrale Europea, con sede a Francoforte sul Meno, con l’obiettivo primario della stabilità dei prezzi (inflation targeting), con un’inflazione che si aggira al 2%, mentre la politica fiscale è rilasciata agli Stati membri, però con regole di finanza pubblica rigide, improntate sul modello tedesco. Questo è suggellato prima con i parametri di Maastricht e poi irrigidito con il Patto di Stabilità del 1997.



Il Patto di Stabilità irrigidisce i parametri di Maastricht e non fa includere la regola della “Golden Rule”, cioè non distingue la spesa in conto capitale (spesa per la costruzione di un ospedale) dalla spesa corrente (spesa per stipendi dei medici). Ed è fisiologico che la spesa in conto capitale (investimenti) provochi un’accensione di debito, che verrà ripagato e rimborsato nel lungo periodo con l’aumento della produzione e del reddito. Infatti anche la spesa capitale rientra nei limiti rigidi del deficit che non deve essere superiore al 3% del PIL.


Una grande falla del Patto di Stabilità, tanto che Romano Prodi, l’allora Presidente della Commissione Europea, dichiarò che il Patto di Stabilità era “stupido”. Infatti il Patto di Stabilità, a detta di economisti come Stiglitz e Krugman, è molto ideologico, nel senso che lascia troppo lavorare il mercato e riduce l’importanza del settore pubblico, il che risponde all’ideologia dominante del neoliberismo, e basato su previsioni eccessivamente ottimistiche sulla crescita reale.


Infatti quando il ciclo economico si inverte dal 2000, e l’economia entra in una fase di crisi, per il meccanismo degli stabilizzatori automatici, la tassazione (progressiva) diminuisce e aumentano i sussidi e ciò provoca deficit pubblico. Infatti nemmeno la Francia e la Germania rispettano il Patto di Stabilità, sforando il 3% per aver effettuato forti politiche anti-cicliche negli anni 2000, ma dato il loro peso politico le sanzioni previste non verranno mai applicate.


Nel 2000 il The economist definì la Germania “the sick man of Europe”, il “malato d’Europa”. Questa denominazione è figlia delle conseguenze della riunificazione tedesca, che ha comportato ingenti costi fiscali, al fine dello sviluppo economico delle regioni appartenenti all’ex Germania Est (aumento della spesa per pensioni, sussidi di disoccupazione, investimento in infrastrutture).


Il rallentamento dell’economia ha ridotto il gettito fiscale e aumentato il deficit, ed effettuando politiche anti-cicliche, anche la Germania, portatrice dell’idea del rigore e della stabilità, sfora la soglia del 3%, ma non verranno applicate sanzioni, dato il suo peso politico nell’UE.


Successivamente, data la situazione economica, ci furono scelte politiche economiche, aiutate dal favorevole contesto storico che portarono la Germania nel lungo periodo a guarire dalla sua malattia. Agli inizi degli anni Duemila il nuovo Cancelliere era Gerhard Schröder, membro del SPD, e al Ministero del Lavoro fu nominato Peter Hartz, dirigente della Volkswagen fino al 2005. Hartz avviò una serie di importanti riforme nel mercato del lavoro, portando ad una moderazione dei salari.



In seguito la Germania ha investito molto in ricerca, innovazione aumentando la produttività media oraria, e ha riorganizzato il marchingegno produttivo con le Catene Globali del Valore, tenendosi a casa la fase a monte e valle della produzione, e delocalizza nei Paesi dell’Est Europeo la fase intensiva di lavoro, e questo è possibile grazie alla vicinanza territoriale e ai bassi costi di trasporto e alle tecnologie di informazione e comunicazione (ICT).


Tutto ciò ha portato ad una crescita economica e a essere competitiva nei mercati internazionali. Poi il contesto ha favorito molto la Germania. L’Euro garantisce piena competitività alle merci tedesche, poiché la moneta unica elimina i meccanismi di cambio ed elimina il riequilibrio delle bilance commerciali. Dunque la Germania mantiene il surplus della bilancia commerciale verso i Paesi Mediterranei, mentre i Paesi mediterranei hanno un deficit commerciale e dunque importano. Per finanziare queste importazioni, le banche tedesche acquistano titoli privati e pubblici dei Paesi mediterranei, e così destina ingenti risorse a questi Paesi, ad un tasso d’interesse molto basso. Alla Germania conviene mantenere questo rapporto e questa relazione commerciale con i Paesi dell’Europa Mediterranea, così mette i Paesi del Sud Europa nelle condizioni di comprare le merci tedesche.



Le crisi economica e finanziaria del 2008 e la crisi dell’Euro e del debito sovrano nel 2011 si configurano come crisi asimmetriche, che contribuiscono a colpire maggiormente i Paesi mediterranei, attanagliati da un alto spread e da un alto debito pubblico. Sono conseguite politiche di austerity, che hanno creato un circolo vizioso e hanno affossato l’economia europea. In questo periodo le banche tedesche sono creditrici del debito greco e i piani di salvataggio del MES, controllati dalla Troika (FMI, BCE, Commissione Europea) hanno salvato di più le banche francesi e tedesche e non hanno aiutato per niente i cittadini greci.


La Germania ne risente molto meno della crisi e diventa un’economia trainata dalle esportazioni e tiene un surplus commerciale con il resto del mondo, specialmente nel settore automobilistico ed è anche favorita dalle politiche monetarie non convenzionale di Quantitative Easing (operazione di mercato aperto con acquisto di titoli nel mercato interbancario) della BCE dal 2015 in poi. Infatti la Germania muove l’economia europea, con una crescita del PIL del 2% annuo e una disoccupazione che rasenta il 5%.


Si evince che la Germania è un’economia basata sull’export-led. La teoria dell’export-led è un’autorevole teoria economica formulata da Anthony Thirlwall, che spiega la relazione tra le esportazioni, componente della domanda aggregata e del PIL, e di conseguenza la crescita e lo sviluppo economico. E la Germania è una forte evidenza empirica della teoria della crescita economica export-led. Il valore delle esportazioni sul PIL della Germania ha raggiunto nel 2018 un picco del 47,3%. C’è anche da dire che attualmente la Germania è seconda come Paese esportatore dopo la Cina.



Nel 2020 è scoppiata la pandemia Covid-19, uno shock esogeno pesante, e si configura come una crisi simmetrica. Infatti ne risentono tutte le economie con cali della produzione e recessione. La crisi è sia dalla parte della domanda, dovuta ai minori consumi, dato la diminuzione del reddito e degli investimenti, dato il clima di incertezza e sia dal lato dell’offerta, con le disarticolazioni delle Catene Globali del Valore, e la Germania ne risente molto in quanto la sua industria è basata sulle CGV, e c’è anche una scarsità e blocco della circolazione di materie prime e semilavorati.


Ciò provoca una dura crisi economica, che ha portato l’ex Cancelliera Angela Merkel a spendere 500 miliardi di euro per risollevare l’economia nazionale e ad approntare un deficit pubblico importante. Infatti anche per queste ragioni le esportazioni tedesche durante la pandemia sono calate molto, infatti sono calate del -9,3% e il PIL tedesco è calato del -4,9%.


Nel 2020 il governo tedesco, data la crisi pandemica, ha pensato insieme alla Francia ad un piano di rilancio, in cui molto intelligentemente la Germania, dopo aver imparato la lezione dalla storia, ha investito ingenti risorse in Italia e in Spagna, Paesi duramente colpiti dalla pandemia, per metterli nel lungo periodo nelle condizioni di comprare i prodotti tedeschi, ampliando i benefici dell'economia tedesca e consentendole di ripartire. Ciò si è tradotto poi nel Next Generation EU, deliberato dalla Commissione Europeo, stanziando 750 miliardi di euro.


Adesso è arrivato il momento che la Germania, dato il periodo incerto, di riconvertire la sua economia, stimolando la domanda interna, e non puntando solo sulle esportazioni, con investimenti sulla transizione verde e digitale ed è ciò che farà il nuovo governo del Cancelliere Olaf Schölz, con la sua coalizione “a semaforo”.


Anche queste capacità di cambiare e di adattarsi ai momenti saranno un banco di prova, una sfida per il nuovo governo tedesco. Solo con un’attenta attenzione e azione del governo tedesco, con lungimiranti politiche pubbliche, la Germania eviterà la ricaduta della malattia.