• Jacopo Turco

La maledizione di Murakami e il Nobel mancato

Tutti lo conoscete, ognuno di voi ne ha sentito parlare almeno una volta. Il vero rappresentante della cultura giapponese. “Quando leggo un suo libro, mi sembra di viaggiare nella terra del Sol Levante”. L’avete detto, ammettetelo. Se vi state chiedendo come mai Murakami Haruki non abbia mai ottenuto il Nobel per la letteratura (potrebbe diventare un meme come Di Caprio e l’Oscar, chissà…), o se lo odiate dal profondo del cuore e siete contenti, sotto sotto, che un tale scribacchino non vinca nemmeno il premio in palio alla Sagra della Patata, sappiate che condividete le stesse motivazioni intrinseche della vostra controparte. Andiamo a scoprire, dunque, cosa si cela dietro la maledizione di Murakami, e perché essa è strettamente legata alla sua presunta “giapponesità”.


Immaginate di essere uno degli scrittori più famosi al mondo, di aver partorito una quindicina di opere tradotte in una cinquantina di lingue diverse, di trovarvi ogni anno tra i favoriti per la vittoria finale del premio Nobel per la letteratura, e di perdere costantemente per un soffio. Praticamente tutte le agenzie di scommesse danno per scontato il vostro trionfo. Avete 72 anni: un Nobel sarebbe il perfetto coronamento della vostra carriera quarantennale. I bookmakers l’hanno decretato. È finita. Finalmente. E invece no. Arriva un certo Abdulrazak Gurnah, tanzaniano, a soffiarvi il titolo. Da ormai un decennio l’accademia svedese dichiara di voler premiare tutti quegli autori che dimostrano un forte impegno sociale, analizzando realtà dimenticate dalla Storia, riportando alla memoria soprusi e vessazioni subite da minoranze d’ogni tipo, raccontando storie di chi si è fieramente ribellato a regimi oppressivi.


Proprio il caso di Gurnah, Secondo molti opinionisti giapponesi, dunque, Murakami mancherebbe del “requisito politico”. Per essere più precisi, lo scrittore nipponico non risulterebbe affiliato a nessun “filone ideologico” contemporaneo e, anzi, in passato è stato spesso criticato per il modo in cui rappresenta le donne nei propri romanzi, sessualizzando ragazze minorenni che corteggiano protagonisti rigorosamente uomini. Romanzi come 1Q84 e Norwegian Wood, due tra i più inflazionati di Murakami, presentano questo pattern appena descritto. Un’altra criticità dell’autore, notata da molti opinionisti asiatici, riguarda la sua smodata propensione nei confronti dello stile di vita occidentale, raffigurando spesso personaggi che ascoltano musica europea o americana, vestono da “tipico benestante d’oltremare” e mangiano pasta e sandwich. Tuttavia, la maledizione riguarda ben altro.


Norwegian Wood (1987), uno dei romanzi più famosi di Murakami

Innanzitutto, Murakami porta su di sé il peso di una nazione intera. Per un paese come il Giappone, che punta a eccellere in ogni campo dello scibile umano per poter finalmente sorpassare la superiorità dell’Occidente, avere nella propria faretra una freccia come lo scrittore di Kyoto rappresenta una vera e propria benedizione. Nonostante la inimmaginabile (per noi occidentali) vastità della letteratura giapponese, il paese ha sino a ora partorito solamente due Nobel per la letteratura: Kawabata Yasunari (1968) e Kenzaburo Oe (1994) ai quali, spiritualmente parlando, Murakami deve molto. Sebbene in molti ignorino l’esistenza degli scrittori appena citati, basti dire che le loro principali caratteristiche, ovvero l’ammirazione per l’Occidente, l’espressione della tradizione e il correlato senso di spaesamento di Kawabata, e la critica alla contraddittoria società nipponica di Oe, sono entrambe parti integranti dell’opera complessiva di Murakami.


E, come in tutte le storie degne di questo nome, dev’esserci un rivale da sconfiggere. Stiamo parlando di Ishiguro Kazuo, britannico di origine giapponese che, a differenza del suo collega, il Nobel l’ha vinto nel 2017. Per Ishiguro si trattò di una vittoria dovuta al disvelamento del nostro illusorio senso di connessione con il mondo, altro tema caro all’accademia di Stoccolma. Insomma. Lo spirito è quello dei suoi illustri predecessori. Lo stile, più “esotico” e meno “conservatore” di quello del suo rivale. O no?


Kawabata Yasunari, primo Nobel per la letteratura per il Giappone

C’è da dirlo forte e chiaro, subito. Murakami non raffigura quella che ci piace chiamare “spirito giapponese”, semplicemente perché essa non esiste. Cosa c’è, di davvero giapponese, nel Giappone contemporaneo? Cosa significa, “giapponese”? Qual è il tipo di identità che affibbiamo all’arcipelago nipponico? Com’è stata costruita? Sulla base di cosa? Innanzitutto, la storia del Giappone contemporaneo non può di certo esulare dalla narrazione eurocentrica, dato che il paese è stato forse il più influenzato dalle culture occidentali nel corso del secolo passato.


Senza voler ripercorrere la travagliata storia del Sol Levante, basti dire che dall’arrivo del commodoro americano Perry (1853) alle bombe atomiche (1945), sino ai giorni nostri, la presenza occidentale in terra nipponica è stata cruciale nel modellare l’identità nazionale di un popolo che ha da quel momento in poi percepito se stesso come un Giano Bifronte. Tuttora, il Giappone viene visto come baluardo del progresso tecnologico e patria della spiritualità, devoto al lavoro e ancorato alle tradizioni.


Nel 2005, Ishiguro disse che “lo stile di vita dei personaggi di Haruki è molto più simile a quello dei giapponesi di oggi di quanto non possa sembrare ai lettori occidentali, che nei suoi libri tendono a distinguere tra elementi “occidentali” e giapponesi, dato che questi si presentano come poco familiari ed esotici. Ma bisogna ricordare che per un giapponese cresciuto dopo la Seconda guerra mondiale il jazz, il rock e i film di Hollywood sono familiari tanto quanto cose più tradizionali. Anzi, cose come il teatro kabuki, la cerimonia del tè e i romanzi di Kawabata risultano loro più lontani”.


Le “navi nere” del commodoro Matthew Perry, stampa giapponese del 1854

In cosa consiste, la maledizione?


La maledizione di Murakami è la sua stessa scrittura, intrisa di realismo magico. Fil rouge di tutti i suoi romanzi è sicuramente un sottile surrealismo che ammicca alla vita di tutti i giorni, normali spezzoni di esistenza che conservano dentro di loro più di qualche elemento di fantasia. Capire fino in fondo cosa Murakami voglia dire è una bella sfida. Tuttavia, lo scopo è abbastanza semplice: raccontare le emozioni umane, perché in fondo nessuno di noi è in grado di comprenderle appieno. Da noi lettori occidentali, questo tipo di narrazione viene percepito come qualcosa di “orientale, spirituale, onirico” e, dunque, esotico.


La realtà è che, udite udite, Murakami, come suggeritoci da Ishiguro, è più vicino a noi di quanto possiamo pensare. Egli non racconta la realtà dei “veri giapponesi” (gli abitanti dell’arcipelago non sono degli spostati che si dilungano in ragionamenti astrusi, mangiando sushi e all’occorrenza entrano in varchi intra-dimensionali), ma l’inadeguatezza dell’essere umano in un modo che, senza girarci troppo intorno e in tutti i suoi significati, ci manda perennemente in crisi. Murakami affonda le proprie radici tra giganti quali Shakespeare, Kafka, Dostoevskij (e tanti altri famosi nomi illustri di certo non provenienti dal profondo Sud-Est asiatico) al fine di descrivere le stesse contraddizioni tramite le quali i suoi precursori, Kawabata e Oe, hanno espresso loro stessi.


Kafka sulla spiaggia (2002), altro bestseller dell’autore giapponese

Le prove di quanto detto ce l’abbiamo sotto agli occhi: 1Q84 è un chiaro riferimento a George Orwell, La ragazza dello Sputnik non rimanda di certo a qualche vecchio castello giapponese, Kafka sulla spiaggia parla da sé. Verrebbe quasi da dire che chi ama Murakami, lo ama per i motivi sbagliati, perché non c’è proprio nulla di “essenza giapponese” nella sua letteratura, mentre chi lo odia, basa il suo giudizio sulla presunta estraneità di un romanziere troppo lontano dal nostro mondo per poterlo comprendere (per poi lanciarsi accanitamente su Dostoevskij, naturalmente). In sintesi, Murakami Haruki rappresenta una sclerosi della società che tutti conosciamo, ma non abbiamo il coraggio di guardare in faccia.


Merita di vincere il Nobel? Chi lo sa, si tratta pur sempre di un premio assegnato non da una qualche divinità della letteratura, ma da una giuria, e il trionfo di Gurnah non deve assolutamente scandalizzare. Il suo destino è quello di finire nel dimenticatoio, come Kawabata e Oe? Forse, ma è la dura e ingiusta legge del libro. I gusti rimangono pur sempre gusti. In definitiva, non dovremmo chiederci “perché Murakami non ha mai vinto un Nobel?”, ma “come possiamo rivalutare la sua opera, alla luce dell’inesistenza dell’essenza giapponese?”.