• Stefano Balboni

La proiezione internazionale dell'UE: il Global Gateway come occasione di sviluppo sostenibile

Circa 300 miliardi, questa la cifra messa a disposizione dall’Unione europea per il suo piano di finanziamenti verso i paesi in via di sviluppo nel periodo 2021-2027. Il Global Gateway, nome dell’iniziativa europea, è stato presentato ufficialmente dalla presidente della Commissione europea il 1° dicembre. La sensazione è quella di voler fornire un’alternativa ai finanziamenti cinesi della BRI (Belt and Road Initiative, detta anche la nuova via della seta) ma il Global Gateway ha davvero le caratteristiche per competere con il piano cinese?


Se si guardano i numeri il confronto potrebbe sembrare azzardato, dal 2013 ad oggi i cinesi hanno investito con la BRI circa 795 miliardi di dollari mentre il piano di finanziamenti europeo è ridotto a più della metà ma la situazione è ben più complessa e non solo riconducibile all’aspetto bruto delle somme in gioco. Il Global Gateway si compone per circa 18 miliardi di euro di sovvenzioni messi a disposizione dal bilancio comunitario, 145 miliardi provenienti dagli investimenti previsti dagli istituti di credito dei Paesi dell’Unione, nonché dalla Banca europea per gli investimenti (Bei), dalle Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) e da 135 miliardi dal Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile. La maggior parte del piano di finanziamento sarà erogato sotto forma di garanzia sull’investimento permettendo un più facile accesso alle linee di credito.


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L'idea alla base del Global Gateway europeo è proiettarsi all'estero tramite cospicui investimenti infrastrutturali entro il 2027 | Sean Gallup/Getty Images via Politico

A chi si rivolge il Global Gateway e quali sono le finalità? Il progetto europeo raggruppa iniziative già avviate nei Balcani e in Turchia (infrastrutture e grandi opere per il collegamento stradale), ma si rivolge anche e soprattutto ai Paesi del Nord Africa e dell’Africa sub-sahariana. Uno degli obiettivi cardine dell’iniziativa è quello di garantire il processo di sviluppo di questi Paesi sostenendo progetti che riguarderanno la transizione ecologica, lo sviluppo sostenibile, la rivoluzione digitale e il collegamento delle reti di comunicazione tra gli stati oltre le classiche grandi infrastrutture come le autostrade.


Il come è però forse l’aspetto più interessante, la Commissione si è espressa più volte su quale sia il sentimento che muove il Global Gateway, garantire sì lo sviluppo, ma prestando attenzione all’aspetto democratico: rispetto dei diritti umani, dei lavoratori, dell’ecosistema, progetti sostenibili valutati prima del finanziamento e con l’obiettivo di instaurare un rapporto con i Paesi che ne beneficiano che va oltre alla semplice elargizione di fondi senza criteri specifici.


L’Unione vuole creare un rapporto di partenariato con i beneficiari e non un semplice legame creditore-debitore che potrebbe creare una sorta di sudditanza nei confronti dei Paesi europei. L’approccio è quindi in netto contrasto con quello della BRI che non impone alcun rispetto di diritti e tramite gli istituti di credito cinesi finanziano talvolta progetti rischiosi che mettono in difficoltà i Paesi riceventi innescando la cosiddetta trappola del debito.



Sia chiaro, l’Unione europea non fa tutto ciò per beneficenza, i paesi membri sanno che il ritorno economico dipenderà gran parte dalla capacità di costruire dei solidi legami con i Paesi beneficiari dell’iniziativa per aumentare gli scambi commerciali. Inoltre si perseguono i già citati obiettivi di transizione ecologica e si spera che lo sviluppo di determinati Paesi contribuisca alla stabilizzazione dei loro apparati statali in modo da garantire un maggiore equilibrio strategico di sicurezza.


In questo senso il Global Gateway si prospetta come una vera e propria proiezione dell’Unione nel contesto internazionale. Per valutare ulteriormente l’efficacia dell’iniziativa occorrerà aspettare la presentazione dei progetti da finanziare ma sembra che l’Unione europea abbia trovato la sua proposta alternativa (o almeno a quella cinese) per lo sviluppo.