• Stefano Cioffarelli

La repressione della minoranza islamica Rohingya in Myanmar

In un discorso tenutosi lo scorso 21 marzo presso lo United States Holocaust Memorial Museum, il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken ha annunciato come l’Amministrazione Biden, sulla base di report che testimoniano le atrocità subite dalla popolazione Rohingya, sia oggi nelle condizioni per poter parlare di genocidio. Questa presa di posizione segna un passaggio di dirimente importanza che può condurre ad una auspicabile normalizzazione dell’area del Myanmar, bloccata oggi nella morsa della giunta militare che ha preso il controllo del Paese a seguito del colpo di Stato del febbraio 2021.

La controversia dei Rohingya tra posizioni discordanti

Negli ultimi anni si è parlato di pulizia etnica riferendosi alla condizione sperimentata dalla minoranza Rohingya. Questa definizione lascia trasparire il dramma che ogni giorno si ripropone ad una porzione non trascurabile della popolazione del Myanmar. Un dato che mette in luce la reale entità della situazione è stato fornito dall’ Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che, nel gennaio 2022, ha stimato in circa 918.841 il numero dei rifugiati che hanno trovato riparo presso il vicino campo profughi Kutupalong di Cox Bazar, in Bangladesh. Si può dire una scelta obbligata quella di lasciare il Paese in cerca di un qualche territorio amico, dato che la permanenza in patria si è resa ancora più complessa dalle sistematiche persecuzioni verso la minoranza scoppiate nel 2017.

All’epoca il casus belli è stato un attacco sferrato da un gruppo di uomini Rohingya, affiliati all’Arakan Rohingya Solidarity Army (ARSA), ai danni di un posto di controllo composto da 30 agenti, perlopiù militari, nella regione Rakhine, nel Nord Ovest del Myanmar. Fonti del governo birmano hanno riportato come nell’attacco siano stati uccisi 12 ufficiali: la risposta, che non ha tardato ad arrivare, è stata di proporzioni ragguardevoli. Aljazeera, sulla scorta di fonti e testimoni locali, ha reso noto come la controffensiva dei militari abbia interessato tra i quattrocento (secondo l’esercito) e i mille Rohingya, uccisi e privati delle loro abitazioni, date alle fiamme. Numeri che, sia permessa una sfocata comparazione, riportano alla memoria alcune delle pagine più buie della storia del nostro Paese: quando a fronte di trentatré soldati tedeschi uccisi, potevano essere giustiziati trecentotrentacinque civili e militari italiani.

L’Arakan Rohingya Solidarity Army è stata oggetto di numerose analisi, in cui si è posto l’interrogativo se questa possa essere considerata una forza vicina ai gruppi terroristici affiliati ad Al Qaida o se effettivamente combatta per la libertà del popolo Rohingya. Le azioni e la storia del gruppo vengono diversamente interpretate in base alle lenti con cui le si osserva: certamente rientrano tra le fila dei primi l’esercito birmano, che amministra de facto la cosa pubblica a seguito del recente colpo di Stato, ma anche il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, leader del decaduto governo. D’altra parte, viene encomiata la resistenza del popolo Rohingya: Maung Zarni, accademico dell’European Center for the Study of Extremism, ha dichiarato ad Aljazeera come l’ARSA sia “a group of hopeless men who decided to form some kind of self-defence group and protect their people who are living in conditions akin to a Nazi concentration camp”. In seguito all’attacco subito, oltre 300 mila locali hanno forzatamente lasciato le loro abitazioni, la loro esistenza, le loro radici, onde evitare di finire anche essi vittime della furia omicida dell’esercito birmano.

Le azioni dell’ARSA sono state oltremodo delegittimate nel 2019 dal Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Da anni attivista per i diritti umani e fondatrice della National League for Democracy (LND), Suu Kyi ha guidato la delegazione birmana presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, in qualità di Ministro degli affari esteri e Consigliere di Stato con l’obiettivo di affrontare una controversia che ha assunto un carattere internazionale.

Infatti, le violenze perpetrate dai militari ai danni della popolazione Rohingya nel 2017, hanno portato il Gambia, piccolo stato dell’Africa occidentale, alla richiesta di apertura del caso presso la Corte Internazionale di Giustizia, adducendo la violazione della “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio” del 1948.

Suu Kyi, spogliatasi dei panni dell’attivista, ha indossato quelli del leader politico che difende strenuamente il proprio operato: le inumane violenze e le uccisioni di cui sono state vittime i Rohingya, vengono così bollate come un “conflitto interno”, frutto della “complessità” insita nella convivenza tra le diverse fedi, in risposta agli attacchi dei “militanti” dell’ARSA. Furono quindi rigettate le accuse di genocidio e ridotto ai minimi termini l’eccidio dei Rohingya. Le dichiarazioni della portavoce birmana, che hanno scosso gli animi di attivisti e dissidenti, non hanno però alterato l’impegno di coloro che hanno deciso di mantenere l’attenzione internazionale sul precario equilibrio della popolazione Rohingya. Come testimoniato da Stefanie Dekker, corrispondente per Aljazeera dal campo di Cox Bazar, in Bangladesh, “the internet had been cut for the last couple of months when a large protest took place at the two-year anniversary (…) but today, for some reason, 3G is back on and people can access the news”, consapevoli di aver piantato un’imprescindibile bandierina verso il reale riconoscimento della loro situazione a livello internazionale.


Ari Ben-Menashe: un lobbysta al servizio del Tatmadaw

Il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), nel 2012, ha definito una campagna di influenza come un’“attività condotta da soggetti, statuali o non, al fine di orientare a proprio vantaggio le opinioni di un individuo o di un gruppo”. Nel medesimo passaggio, il DIS ha sottolineato come solitamente il protagonista di una campagna di influenza è un agente di influenza. Per il Gen. Ambrogio Viviani, questo è un uomo al soldo dei servizi di informazione e sicurezza, che agisce per convinzione personale o per motivi economici, consapevole o meno delle sue azioni, e che sostiene idee e diffonde teorie “dirigendo movimenti di opinione, secondo le direttive ricevute e seguite allo scopo di conseguire determinati effetti nell’ambiente avversario in funzione degli obiettivi della politica del proprio Paese”. È altresì importante sottolineare come, una campagna di influenza, si fonda sull’impiego mirato delle informazioni per generare effetti cognitivi e psicologici, al fine di alterare le percezioni, condizionando i comportamenti e le opinioni con notizie vere, parzialmente vere o intossicazioni. Per raggiungere i propri obiettivi, l’influenza può dunque servirsi della disinformazione, agendo sulle emozioni di base degli obiettivi target, cavalcando stereotipi già presenti in questi, utili a creare importanti frame in cui inserire in modo agevole gli elementi della campagna.

All’indomani del colpo di Stato del 2021, i membri della giunta militare – nella persona del loro Commander in Chief, Min Aung Hlaing – dopo aver riconquistato il potere in Myanmar, non hanno avuto dubbi sulla strategia da seguire per provare a legittimare il colpo di Stato agli occhi del mondo. Il 4 marzo 2021 hanno siglato un costoso accordo con la società canadese Dickens & Madson, guidata da Ari Ben-Menashe – già noto per i servigi resi in passato ai servizi segreti israeliani e statunitensi – lobbysta e uomo d’affari, al cospetto di governi autocratici e dittatoriali. Ufficialmente, nell’autorizzazione concessa dal Dipartimento di Giustizia statunitense contenuta nel Foreign Agents Registration Act (FARA), si legge che Ben-Menashe fornirà servizi di consulenza e difesa, in nome e per conto della Repubblica del Myanmar, presso le sedi del potere esecutivo e legislativo statunitense, affinché questi riconoscano aiuti umanitari a beneficio dei cittadini birmani e rivedano le sanzioni che ancora pesano sul Paese. Inoltre, la Dickens & Madson si ripropone di agevolare il lavoro dei media locali, coadiuvandoli nella diffusione dei reali obiettivi e delle attività del Paese. Ufficiosamente, una campagna di influenza, attraverso gli strumenti della disinformazione, che dia una luce nuova all’esercito birmano, provando a dissimulare le violenze e gli abusi perpetrati ai danni dei Rohingya e della maggioranza della popolazione che vuole resistere alle volontà dei militari. La volontà della società canadese è quella di far passare il governo dei militari come una realtà necessaria per “purificare” e rendere libero il Paese, vittima per anni di un governo fantoccio (quello di Aung San Suu Kyi, vicina alla potenza cinese), che ha avallato senza remore l’eccidio ai danni della minoranza islamica presente in Myanmar, come testimonierebbe la deposizione della Suu Kyi all’Aja nel 2019.

Cavalcando l’onda degli scontri geopolitici tra Washington e Pechino, Ben-Menashe ha provato a passare in secondo piano le azioni brutali di cui si sono resi, e si rendono responsabili, i suoi committenti, gestendo una dinamica in cui si cerca di difendere l’indifendibile e dove si cerca di tacciare ciò che non può essere taciuto: la violenza, fisica e reale, ma anche cyber e digitale.


L’open space della sociale media: locus amoenus o prigione dorata?

La violenza trova terreno fertile in uno spazio non ancora completamente normato come quello cyber, nella fattispecie nell’uso dell’open space dei principali social media network, (ab)usati per esercitare un soft power che poi molto soft non è.

Prima del 2012, in Myanmar, soltanto l’1.1% della popolazione ha avuto accesso alla rete e pochissimi, tra questi, erano in possesso di un telefono mobile. Con l’avvento della coalizione governativa di Aung San Suu Kyi, il Paese si è aperto al libero mercato, segnando così un crollo dei costi delle singole SIM cards, passati da qualche centinaio di dollari a poco più di un dollaro e avviando una liberalizzazione nel campo delle telecomunicazioni. Un cambiamento che ha assunto le proporzioni di una vera e propria rivoluzione copernicana: al centro del moto, cosciente delle enormi potenzialità, Mark Zuckerberg e la sua creatura, Facebook. Un dato testimonia l’appeal suscitato dal nuovo network: se nel 2014 in Myanmar risultavano iscritti 1.2 milioni di utenti, nel 2018 si registravano circa 18 milioni. Il social network diviene nel breve tempo un servizio altamente usufruito dalla società: una piazza virtuale accessibile a qualsiasi etnia e religione, dove svagarsi, guardare video, fare amicizia, rimanere aggiornati sulle ultime notizie veicolate dal governo e dalle fonti, più o meno autorevoli, locali. Accade però che questo spazio, apparentemente “incantato”, divenga un utile cassa di espansione atta a veicolare messaggi d’odio e violenze verbali, così la violenza fisica esercitata nella realtà si trasferisce nella rete sotto forma di post intimidatori e razzisti.

Un’indagine condotta da Reuters e dallo Human Rights Center della Berkeley School of Law, conclusasi nel 2018, è stata in grado di individuare e riportare oltre mille esempi di contenuti, tra post, immagini pornografiche e commenti, pubblicati sulla piattaforma digitale e lì rimasti a lungo, in cui la minoranza Rohingya viene attaccata e resa oggetto di angherie da parte della maggioranza Buddista del Paese. La situazione ha indotto lo stesso fondatore di Facebook a rivendicare, dinanzi al Senato americano, la volontà di interrompere un’articolata catena d’odio, passando al vaglio ed eliminando immagini e testi che non rispettano le linee guida della comunità in fatto di contenuti lecitamente condivisibili. Il limite della mancata conoscenza della lingua locale – nel 2015 soltanto due dipendenti della società sono in grado di comprendere la lingua birmana, fino al 2014 invece, il social network si è affidato a soli “revisori” di lingua inglese – unito ad un algoritmo che agevola la diffusione di contenuti con un alto numero di interazioni e condivisioni, come di fatto sono quelli che veicolano hate speech e disinformazione, non ha permesso al behemoth dei “Mi piace” e degli “Hashtag” di centrare l’obiettivo in fatto di eliminazione della violenza in rete. I millantati buoni propositi non hanno così trovato un’eco sufficiente negli investimenti reali su tale questione: soltanto nel 2015 Facebook affida ad un ramo di Accenture il compito di monitorare le condivisioni dei cittadini birmani.

In un regime di massima discrezione prende avvio il progetto “Honey Badger”, condotto da una squadra che lavora in uffici siti a Kuala Lumpur (Malesia, dunque ben oltre i confini birmani, impedendo così un contatto con la popolazione e la lingua locali) composta nei primi mesi da circa sessanta persone, avvicendate nell’arduo compito di monitorare le condivisioni di oltre 18 milioni di utenti che utilizzano l’applicazione entro i confini dello Stato birmano. L’incomunicabilità, metafora del muro che si è eretto tra il colosso statunitense e la minoranza islamica Rohingya, negli anni ha impedito di sanare una piaga sociale, virtuale, tanto importante quanto quella fisica, reale: la popolazione si è ritrovata accantonata ai margini del mondo, stigmatizzata nelle strade delle città e negli impervi percorsi della rete.

Un grido si è recentemente levato dai campi profughi che ospitano i rifugiati Rohingya: si è deciso di citare in giudizio Facebook, chiedendo un risarcimento di 150 milioni di dollari per aver cavalcato l’ondata di odio abbattutasi contro una fragile minoranza, denunciando un sistema cresciuto anche grazie alla disinformazione, che ha fatto poco o nulla per evitare che ciò si concretizzasse: “the undeniable reality is that Facebook’s growth, fueled by hate, division, and misinformation, has left hundreds of thousands of devastated Rohingya lives in its wake”. La condizione sperimentata dai Rohingya mostra come non si possa continuare a procrastinare, e come nel tempo presente risulti imprescindibile un’importante azione di riforma con cui si assegnino responsabilità e compiti.

Al giorno d’oggi si rende necessaria l’equiparazione dello spazio cibernetico a quello fisico, in cui ci sia una piena consapevolezza delle reali conseguenze di azioni delle azioni de-materializzate che si attuano in rete, ma che talvolta sortiscono effetti significativi anche nella dimensione reale.