• Daniele Pettorelli

La ricerca dell'equilibrio: rivalutare la figura di Cristoforo Colombo

Pirata, usurpatore, pessimo navigatore, avido cercatore d’oro, schiavista, stupratore, omicida, tiranno. Questi sono solo alcuni degli affettuosi appellativi con cui, negli ultimi decenni, gli storici e l’opinione pubblica si sono riferiti a Cristoforo Colombo. Nel frattempo, lo scorso 12 ottobre è stato celebrato negli Stati Uniti, come tutti gli anni, il Columbus Day, una festa nazionale che celebra l’uomo, l’esploratore le sue scoperte e i suoi meriti.


Ma quali sono state queste scoperte? Quali i meriti?


Salpato il 3 agosto del 1492 dalle coste della Penisola Iberica, Colombo, al comando di tre caravelle, avvista all’orizzonte, per la prima volta dopo mesi, la terraferma. Il morale dell’equipaggio, da tempo a terra a causa dei razionamenti di cibo dovuti alla scarsità delle scorte rimaste a bordo e della navigazione prolungata, si rianima improvvisamente. Colombo aveva ragione, ha davvero scoperto una nuova via per l’Asia! Al primo approdo, l’esploratore ribattezza il luogo appena raggiunto con l’evocativo nome di San Salvador e stabilisce un primo contatto con gli indigeni, che lui crede essere gli abitanti dei territori del Sud Est Asiatico e che, di conseguenza, vengono chiamati Indios dall’equipaggio europeo.


Conosciamo la storia: in realtà, Colombo non era approdato in Asia bensì nell’isola che oggi conosciamo come San Salvador. Egli morì nel 1506 sostenendo di aver trovato una nuova rotta verso le Indie, nonostante nel 1501 Amerigo Vespucci avesse annunciato che il territorio raggiunto da Colombo fosse un nuovo continente. Quindi, Cristoforo Colombo scoprì l’America? Decisamente no. Fu Amerigo Vespucci a scoprire il nuovo continente? No.


Colombo non fu il primo ad avvicinarsi al continente americano. Proprio qualche giorno fa, Paolo Chiesa, ricercatore dell’Università di Milano, ha annunciato il ritrovamento di uno scritto risalente al 1340 in cui un frate milanese narrava dell’esistenza di una terra oltre la Groenlandia, basandosi sui resoconti dei mercanti danesi con cui era in contatto. In base ai racconti, prima tramandati oralmente e poi scritti delle cronache islandesi, un esploratore chiamato Leif Eriksson aveva già raggiunto le coste del Nord America intorno al 1000 d.C., approdando nel territorio corrispondente alla British Columbia, e battezzandolo Vinland.


Nel 1960 un team di archeologi norvegesi portò alla luce sull’isola di Newfoundland, in Canada, nella località di L’Anse aux Meadows, un gruppo di edifici e utensili di fattura tipica dei popoli vichinghi, confermando le storie della tradizione letteraria nordica. Secondo gli studi più recenti, gli islandesi, servendosi delle loro colonie in Groenlandia come porto di scalo, visitarono spesso la costa nordamericana, principalmente in cerca di legname e selvaggina, elementi di cui l’area del Vinland era estremamente ricca. Tuttavia, non riuscirono mai ad attivare una vera e propria colonizzazione dell’area, principalmente a causa dell’ostilità dei popoli indigeni.


Hans Dahl, Leif Erikson scopre l’America

Ad ogni modo, quello del popolo islandese fu il primo contatto verificato con il continente americano da parte di un popolo europeo, ma neanche Leif Eriksson scoprì il Nuovo Mondo. In effetti, è difficile poter affermare di aver scoperto un continente in cui vivono da secoli diverse civiltà radicate nel territorio e con costumi, tradizioni, religioni e legami ben consolidati. Nel momento in cui qualcuno inizia ad abitare un’area, nessuno può più scoprirla.


Ciò in cui gli islandesi avevano fallito, Colombo vi riesce. Gli indigeni delle isole Bahamas accolgono nelle loro abitazioni gli europei e li conducono nei luoghi che più interessano agli esploratori: le miniere di metalli preziosi da cui provengono i gioielli sfoggiati dai nativi.


Dioscoro Teofilo Puebla y Tonin, Primo sbarco di Cristoforo Colombo in America, 1862, Madrid, Museo del Prado.

Oltre a San Salvador, le caravelle esplorarono le coste orientali di Cuba e dell’isola di Hispaniola, intrattenendo contatti con i locali e prendendone alcuni prigionieri come dimostrazione, una volta tornate in patria, delle scoperte effettuate.


Tornato in Spagna, e accolto da eroe dai sovrani e dal popolo, Colombo organizzò un secondo viaggio nel 1493, questa volta al comando di diciassette navi cariche di soldati, agricoltori e sacerdoti. Durante le missioni esplorative eseguite dagli equipaggi, centinaia di nativi, principalmente dei popoli Tainos e Arawak, vennero catturati e resi schiavi. Alcuni di loro vennero donati ai coloni e ai soldati come ringraziamento per il loro servizio, mentre numerosissimi altri vennero trasferiti in Europa per essere venduti. Colombo adottò fin da subito un regime tirannico e dispotista, utilizzando punizioni corporali e amputazioni contro gli indigeni che si ribellavano all’oppressione. I nativi vennero picchiati, torturati e stuprati nella ricerca delle miniere d’oro.


Durante il suo terzo viaggio, durato trenta mesi dal 1498 al 1500, Colombo dovette affrontare le ostilità degli inviati del sovrano spagnolo, a cui erano giunte le accuse formali da parte degli abitanti delle colonie che denunciavano i metodi tirannici dell’esploratore. Egli venne arrestato e imprigionato, insieme al fratello Bartolomeo, per sei mesi prima di essere graziato dalla Corona spagnola che autorizzò il suo quarto viaggio oltre oceano. Con l’intento di raggiungere ed esplorare le coste continentali dell’Asia, nel 1502 Colombo condusse il suo equipaggio lungo le coste di Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama. Durante il viaggio di ritorno la sua nave naufragò nei pressi delle coste jamaicane, dove rimase bloccata per oltre un anno. Solo il 7 novembre 1504 Colombo riuscì a tornare in Spagna, dove morì il 20 maggio del 1506.


Oggi, quella di Cristoforo Colombo è una pesante e controversa eredità. Per 500 anni egli è stato considerato uno scopritore di mondi, un uomo dall’indiscutibile carisma, capace di convincere due sovrani europei a finanziare una spedizione in acque mai esplorate prima di allora, in grado di raccogliere un equipaggio di uomini fermamente convinti, almeno all’inizio del viaggio, delle capacità del loro comandante tanto da seguirlo verso l’ignoto. Si è cercato, nell’ottica eurocentrica e buonista tipica dei popoli occidentali, di nascondere e dimenticare le atrocità da lui ordinate e commesse.


Solo negli ultimi decenni, e in maniera estremamente accentuata negli anni più recenti, sull’onda delle proteste di movimenti come Black Lives Matter, si è iniziato a mettere in discussione il ruolo che personaggi come Colombo hanno ricoperto nella storia, valutandoli non solo per le loro imprese, ma anche considerando i lati oscuri del loro operato in un’ottica che rispecchia i valori morali che la società odierna dovrebbe avere. Abbiamo assistito all’abbattimento di statue che onoravano la vita di esploratori europei, conquistadores, mercanti di schiavi e politici che fino a poco fa venivano considerati fulgidi esempi della civiltà occidentale. Iniziamo solo ora, e con fatica, a riconoscere l’annichilimento e il genocidio delle civiltà indigene del continente americano.


Ma fare ciò significa dover rinnegare le spedizioni di Colombo e di coloro che vennero dopo di lui?


Come già affermato da Jacopo Turco nel suo articolo sulla dittatura del politicamente corretto, no. Colombo fu un grande esploratore e navigatore che si imbattè in un continente nuovo per gli europei dell’epoca lungo la rotta per l’Asia. Le sue azioni hanno plasmato, nel bene e nel male, il futuro del Nuovo Mondo, inaugurando la cosiddetta Età delle Scoperte, una vera e propria epoca d’oro per le esplorazioni, e determinando la fine delle civiltà che abitavano i territori di volta in volta conquistati.


Come si suol dire, la storia è scritta dai vincitori. Ancora oggi ammiriamo le conquiste dei Romani ed evitiamo di parlare della distruzione che questi portarono nelle città conquistate e della sofferenza causata ai popoli sottomessi, ricordando invece con tristezza il momento in cui quegli stessi popoli hanno causato la caduta di Roma. Per secoli, abbiamo finto di non guardare mentre i coloni americani eliminavano intere nazioni indigene per il possesso di terre che non gli appartenevano e in cui le due civiltà avrebbero potuto convivere. Oggi dovremmo dimostrare di aver imparato la lezione: nella storia non ci sono né vincitori né vinti. La storia è equilibrio e dobbiamo aiutare a ristabilirlo. Iniziamo con la memoria.