• Meryem Derraa

Le mutilazioni genitali femminili: perché si praticano?

Quello delle mutilazioni genitali femminili (MGF) è un argomento delicato, da

sempre trattato, ma dato che, di recente, nel Sudan le MGF sono diventate reato è

doveroso affrontare l’argomento e rispondere alle domande più frequenti che

vengono poste in merito alla pratica.


In Sudan la nuova legge è stata portata avanti dal governo di transizione in carica

dall’anno scorso, ora chi viola la legge oltre ad una multa, rischia tre anni di

detenzione.


Nonostante ciò, gli esperti avvertono che una legge sola, nonostante sia un buon

passo, non basta per eliminare del tutto la pratica, dato che è fortemente radicata

nelle società in cui viene praticata. Infatti, l’87 % delle bambine e delle donne tra i

15 e i 49 anni hanno subito mutilazioni genitali.



Di cosa si tratta?


Secondo un nuovo rapporto dell’UNICEF più di 125 milioni di bambine e donne

sono state sottoposte a mutilazioni genitali femminili, una su cinque vive in Egitto.

Nei prossimi dieci anni 30 milioni di bambine rischiano ancora di subire questa

pratica. Anche Somalia, Guinea, Gibuti registrano un’alta prevalenza di

mutilazioni, con più di 9 donne e bambine su 10 tra i 15-49 anni che hanno subito

tale pratica. E non vi è stato alcun calo significativo in paesi come Ciad, Gambia,

Mali, Senegal, Sudan o Yemen.Mentre in altri paesi, invece, le mutilazioni

riguardano una minoranza fino ad arrivare a quote dell’1-4% in paesi come Ghana,

Togo, Zambia, Uganda, Camerun e Niger.


Livello di diffusione della MGF nei paesi coinvolti | via Unicef

La mutilazione genitale femminile è definita dall’Organizzazione Mondiale della

Sanità come una “forma di rimozione parziale o totale dei genitali femminili

esterni o altre modificazioni indotte agli organi genitali femminili, effettuate per

ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche”.

L’ OMS ha classificato le mutilazioni genitali in quattro tipi a seconda del livello

di gravità:


Primo tipo: l’escissione circonferenziale del prepuzio della clitoride che è analoga

alla circoncisione maschile. Sebbene tale pratica sia sganciata dalla tradizione

islamica, nei paesi a religione prevalente musulmana essa viene chiamata Sunna, che in arabo rinvia a “regola”, “tradizione”. In questo tipo di MGF si pratica una piccola incisione sul prepuzio del clitoride senza asportarne nessuna parte, limitandosi a far uscire alcune gocce di sangue.


Secondo tipo: l’asportazione del clitoride che può anche includere l’asportazione

di parte o di tutte le piccole labbra.


Terzo tipo: l’infibulazione, detta anche “circoncisione faraonica” implica la

chiusura parziale dell’orifizio vaginale dopo l’escissione di una varia quantità di

tessuto vulvare. Nella sua forma più drastica vengono asportati tutto o parte del

monte di Venere, le grandi e piccole labbra e il clitoride. I due lati della vulva

vengono poi cuciti tra loro con una sutura di modo da ridurre l’orifizio vaginale. In

tale pratica viene lasciato solo un piccolo passaggio per l’emissione del flusso

mestruale e dell’urina. La cicatrice richiusa va a coprire l’uretra e buona parte

della vagina costituendo una barriera fisica per l’attività sessuale. Permane una

piccola apertura posteriore che in genere misura 3 centimetri di diametro ma può

anche essere anche più piccola.


Quarto tipo: in questa ultima categoria vengono racchiuse tutte le pratiche lesive

dell’apparato genitale femminile (ad esempio l’introcisione ossia la dilatazione

traumatica della vagina in preparazione alla prima notte di nozze).



Per quale motivo si pratica la MGF?


È importante domandarsi sul perché dell’esistenza di tale pratica, alla base delle

MGF vi sono fattori come la disuguaglianza di genere, il maschilismo, la

discriminazione sociale, i ruoli e le norme culturali. Fra i motivi più ricorrenti si

include l’idea erronea che le MGF siano una garanzia di verginità, e si ritiene che

l’infibulazione protegga e preservi la castità delle giovani sino al matrimonio. La

verginità in tutte le società tradizionali africane è un prerequisito per il

matrimonio, infatti la prova della verginità è generalmente una parte integrante

della transazione matrimoniale, le ragazze ancora integre vengono considerate

impure e spesso emarginate.


L’origine delle MGF resta un mistero, è comunque una pratica preislamica,

nonostante spesso per confusione viene attribuita erroneamente all’Islam, dato che

è praticata  in alcune aree geografiche dove è presente e maggioritario l’Islam.

Probabilmente la MGF era già in uso nell’antico Egitto da dove sarebbe approdata

a Roma (il termine infibulazione deriva dal latino fibula) come misura per

controllare la sessualità delle schiave.


Le mutilazioni vengono effettuate su donne di varia età. Per esempio, presso gli

Ebrei in Etiopia e i nomadi del Sudan vengono mutilate le neonate di pochi giorni

di vita. In Egitto e in Africa centrale si attua sulle bambine di circa sette anni. In

altri Paesi africani la mutilazione si compie su ragazze in età adolescenziale,

mentre in Nigeria le MGF si praticano prima del matrimonio.


Per riassumere, si può affermare che la sofferenza di tutte queste donne è origine

di una pura ignoranza che permette a questa pratica di esistere rispecchiando

l’egoismo maschile nel garantirsi la verginità e l’illibatezza delle spose.



Quali sono le conseguenze?


I rischi associati all’esercizio di queste pratiche sono molteplici e possono

contemplare conseguenze immediate o di lungo termine. Questa pratica provoca

spesso infezioni che possono originare infertilità e complicazioni durante il parto

ed hanno gravi conseguenze sulla salute fisica, psichica e sessuale delle bambine e

delle giovani ragazze che le subiscono.


La vita della donna è messa in pericolo già nell’atto stesso della mutilazione

genitale che condotta, nella maggioranza dei casi, con mezzi non sterili causa

frequentemente alle bambine sottoposte a tali pratiche infezioni anche mortali.

Oltretutto, per due settimane le gambe delle bambine vengono legate insieme per

evitare che, muovendole, si scucia la ferita il che comporta un dolore inenarrabile

ed un trauma che accompagnerà la vittima per tutta la vita. Per giunta, lo scarso

deflusso dell’urina e del sangue mestruale comporta l’insorgenza di cistiti e

frequenti infezioni urinarie. Ulteriori danni si hanno al momento del parto, accade

che muoiano la madre o il bambino come conseguenza della rottura dell’utero.



Le leggi internazionali


Le MGF costituiscono una violazione dei diritti umani delle ragazze e delle donne

dal 1993. Tali pratiche sono da considerare come lesioni volontarie compiute da

parte dei membri “forti” e influenti di un gruppo, che si sentono legittimati,

dall’assenza di leggi o dalla presenza di consuetudini culturali e religiose, a

commettere quelli che vengono considerati veri atti di tortura. Dal ’93 diverse

nazioni presero coscienza del problema e iniziarono a legiferare in merito,

proibendo tali pratiche.  


Nel luglio del 2003 l’Unione africana ha adottato il protocollo di Maputo per la

promozione dei diritti delle donne e per chiedere la fine delle MGF. Entrato in

vigore nel novembre 2005, dopo appena tre anni era stato ratificato da 25 paesi

africani. Nel 2013 sono stati 18 i paesi africani ad aver messo al bando qualsiasi

pratica relativa alle mutilazioni genitali femminili (Camerun, Gambia, Liberia,

Mali e Sierra Leone non hanno attuato una legislazione in materia).


La difficoltà, però, sta nel rendere effettiva la legge. Le norme infatti prevedono,

in molti paesi, pene severe (fino a tre anni di carcere, più una multa nel caso del

Sudan), ma potrebbero generare pratiche clandestine e illegali, addirittura con

minori condizioni igieniche di quelle, già scarse, in uso negli anni scorsi,

peggiorando dunque la situazione.


«Le mutilazioni genitali femminili sono una violazione dei diritti alla salute, al

benessere e all’autodeterminazione di ogni bambina» ha detto Geeta Rao Gupta,

Vicedirettore esecutivo dell’UNICEF. «Ciò che emerge dal rapporto è che le

legislazioni da sole non bastano. La sfida, adesso, è di lasciare che bambine e

donne, ragazzi e uomini levino la loro voce e affermino con chiarezza di rifiutare

questa pratica dannosa».


Il nuovo rapporto dell’UNICEF, infatti, rileva che oltre alla maggior parte delle

ragazze e delle donne che sono contro la pratica, anche un numero significativo

di uomini e di ragazzi la rifiuta. In particolar modo in tre paesi – Ciad, Guinea e

Sierra Leone – sono addirittura più gli uomini che le donne a volere la fine delle

mutilazioni.


In conclusione, emerge  che non sono sufficienti soltanto le leggi ma che tutti gli

attori (Governi, Organizzazioni non governative e comunità locali) debbano

promuovere un cambiamento sociale positivo attraverso programmi e politiche

mirate all’eliminazione delle mutilazioni come a tutte le altre forme di violenza

contro i bambini, direttamente o indirettamente legate a norme sociali.