• Beatrice Cimaroli

Libia, un mese di proteste per la democrazia

È dal primo giorno di luglio, quando un gruppo di manifestanti ha preso d’assalto l’edificio del Parlamento a Tobruk, che la Libia è scossa da violente proteste popolari. La richiesta, rivolta a tutte le istituzioni politiche del Paese, è quella di dimettersi. La popolazione non è l’unica a chiedere le elezioni, anche alcuni politici appoggiano le proteste e chiedono di indire al più presto le elezioni.



Lo spettro delle elezioni e i due Primi Ministri


Dall’inizio di luglio, la Libia è scossa da violente manifestazioni. Le ragioni della popolazione in protesta derivano da oltre un decennio di guerre civili, che vedevano il Paese spaccato in due tra Tripolitania (Nord-Ovest) e Cirenaica (Est). Il processo di riavvicinamento iniziato nel 2020 avrebbe dovuto portare alle elezioni, previste per il 24 dicembre 2021 e supportate anche dall’ONU, ma posticipate a causa di disaccordi relativi ai criteri di selezione dei candidati. Oltre ai disagi politici, si aggiungono quelli relativi alla vita quotidiana dei cittadini, esemplificativo è il caso della città di Tripoli, dove la fornitura di energia è disponibile unicamente per 8 ore al giorno.

A peggiorare la situazione contribuisce anche lo stallo istituzionale derivante dall’attuale presenza di due governi. Il primo è un governo ad interim con sede a Tripoli, guidato dal primo ministro Abdul Hamid Mohammed Dbeibah, sfiduciato dal Parlamento di Tobruk che ritiene concluso il suo mandato. Nonostante ciò, il governo di Ddeibah ha deciso di non abbandonare gli edifici del potere poiché non considera legittima la nomina del secondo governo, avvenuta senza che si tenessero le elezioni. Quest’ultimo ha come leader l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha, rimasto l’unico candidato a causa del ritiro del suo opponente.

In Libia sembra di essere tornati indietro nel tempo a più di un anno fa, quando due governi, quello di Tobruk e quello di Tripoli, erano in competizione per la guida del Paese, lasciandolo, come adesso, senza un’effettiva leadership.


Cosa chiede la popolazione?


Il desiderio principale dei libici è lo scioglimento di tutti gli organi politici e, ovviamente, di poter andare al voto il prima possibile. Purtroppo, l’instabilità politica del Paese ha riportato la popolazione a scegliere come mezzo di protesta delle manifestazioni violente, proprio come prima degli accordi di febbraio 2021. Tali accordi erano il risultato di un incontro tenutosi a Ginevra (Svizzera), organizzato dalle Nazioni Unite, a cui hanno partecipato 74 rappresentanti libici. Nonostante le critiche della popolazione, alla conclusione dell’incontro il gruppo di rappresentanti aveva eletto proprio il governo ad interim guidato da Dbeibeh, che sarebbe dovuto rimanere in carica fino al 24 dicembre, giorno delle elezioni mai avvenute.

Non solo la popolazione, anche Dbeibeh appoggia la richiesta di dimissione delle istituzioni e di indire presto le elezioni e lo ha fatto pubblicamente con un post su Twitter: "Aggiungo la mia voce ai manifestanti in tutto il Paese: tutti gli organi politici devono dimettersi, compreso il governo, e non c'è modo per farlo se non attraverso le elezioni" aggiungendo che "sono noti coloro che ostacolano le elezioni e l'approvazione del bilancio".


Tobruk e Tripoli, l’inizio delle manifestazioni


Le proteste, tutt’altro che pacifiche, sono iniziate il primo luglio, quando un gruppo di manifestanti ha assaltato la House of Representatives a Tobruk e le ha dato fuoco. Nei giorni successivi, centinaia di manifestanti nella capitale, Tripoli, sono scesi nel centro della città per protestare contro l'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e le milizie armate presenti all’interno del Paese, le quali si sono divise tra coloro che supportano il governo ad interim e quelle che, invece, appoggiano quello guidato da Bashagha..


Misurata e i blocchi petroliferi


Durante la seconda metà del mese, le proteste si sono spostate per seguire il rientro del primo ministro Bashagha nella sua casa nella periferia di Misurata. Il motivo delle violenze in questo caso è dovuto al fatto che la maggior parte della città appoggia apertamente Dbeibah, mentre si oppone al generale Khalifa Haftar, leader della milizia con sede nell'Est che sostiene il parlamento e, di conseguenza, il governo di Bashagha.

Tuttavia, c’è stato un recente cambio nelle preferenze della popolazione, dovuto agli accordi che il primo ministro Dbeibah ha stretto con Haftar per trovare un sostituto all’ormai ex capo della compagnia petrolifera nazionale, Mustafa Sanallah. Il motivo del cambio dell’head della National Oil Corporation (NOC) è da ricercare nei blocchi petroliferi, consueto mezzo di lotta politico-militare in Libia, imposti da Haftar in seguito alle numerose richieste della Cirenaica di una più equa ripartizione dei proventi del petrolio.

Farhat Bengdara, stretto alleato di Haftar, è stato, quindi, nominato capo della NOC da Dbeibah all'inizio di luglio e le forze più fedeli al generale hanno annunciato la fine del blocco delle esportazioni di petrolio durato mesi il giorno successivo. La chiusura era costata al governo libico più di 3 miliardi di dollari in entrate mancate.

Se entrambi i primi ministri hanno stretti legami col generale Haftar, perché il fatto che Dbeibah abbia sancito con lui questo accordo gli ha fatto perdere l’appoggio di parte della popolazione? Il motivo è semplice, Bashagha non ha mai copertoi suoi legami col capo delle milizie che sostengono il parlamento, mentre Dbeibah si è mosso di nascosto, tramite accordi segreti, e la ragione è quindi l’assenza di trasparenza dimostrata da quest’ultimo, costatagli il favore di alcuni dei suoi sostenitori.


Ancora Tripoli


Gli scontri a Misurata sono avvenuti il ​​giorno dopo lo scoppio di combattimenti tra due gruppi armati a Tripoli. La violenza tra le forze speciali di deterrenza e la guardia presidenziale è scoppiata quando i gruppi rivali si sarebbero incolpati a vicenda per dei rapimenti avvenuti nei giorni precedenti. Entrambi i gruppi fanno parte dei servizi di sicurezza del governo libico e gli sporadici combattimenti durati, due giorni, si sono svolti in diverse aree densamente popolate della capitale, danneggiando molte abitazioni. Negli scontri sono rimaste uccise almeno 16 persone mentre più di 34 sono state ferite. Tra le vittime ci sono anche dei bambini.

Da questa insostenibile situazione derivano le proteste della popolazione contro la presenza di milizie all’interno dello Stato. In seguito a questi episodi, Dbeibah ha sospeso il ministro dell'Interno Khalid Almazen dalle sue funzioni fino al completamento delle indagini sugli ultimi avvenimenti. Il suo sostituto temporaneo, Badr Aldin Tumi, ha dichiarato che lavorerà per garantire che i combattimenti non si ripetano.