• Giada Vair

Nuove violenze ad Haiti. Cosa sta succedendo nella Repubblica delle ONG?

Almeno 500 persone sono state uccise nella Repubblica di Haiti durante gli scontri armati tra le gang che hanno coinvolto la bidonville di Cité Soleil, una delle più grandi del Paese. Fin dall’assassinio del presidente Jovenel Moïse, Haiti è in una condizione di completo caos: i gruppi criminali hanno preso il controllo del sud del Paese e l’élite politica è piombata in uno stato catatonico, incapace di portare soluzioni alla crisi corrente, che avvicina sempre di più Haiti al modello di uno Stato fallito.


Contesto: violenza e crisi nell’ex Perla dei Caraibi


Haiti, la metà occidentale dell’isola di Hispaniola, situata nei Caraibi, è uno degli Stati più instabili al mondo, al punto che, in diverse occasioni, eventi scoppiati nell’isola hanno raggiunto le prime pagine dei giornali internazionali. Come quando l’anno scorso, nella notte tra il 6 e il 7 luglio, il presidente Jovenel Moïse è stato assassinato nella sua abitazione privata a Port-au-Prince da un gruppo di uomini armati. Da quel momento, il Paese, già debilitato da una crisi economico-sociale pregressa - peggiorata in seguito al devastante terremoto del 12 gennaio 2010 che ha causato la morte di oltre 200.000 persone -, è piombato nel caos. Rapimenti, omicidi, violenze sessuali, corruzione, esodo di massa, narcotraffico: sono solo alcuni esempi delle instabilità e della violenza che attanaglia le strade delle principali città haitiane, soprattutto nei quartieri periferici dove le gang urbane si scontrano giornalmente per il controllo del territorio.


Secondo i dati raccolti dal Centre d'analyse et de recherche en droits de l'homme, nel primo trimestre del 2022 sono quasi raddoppiati i sequestri e mensilmente si sono verificate delle stragi che hanno registrato centinaia di vittime in totale. L’ultimo episodio risale solo a qualche settimana fa, quando tra il 7 e il 16 luglio circa, Cité Soleil, la più grande bidonville localizzata a sud della capitale Port-au-Prince, si è trasformata in un vero e proprio campo di battaglia, che ha già registrato oltre 500 vittime tra la popolazione civile. Il quartiere di Brooklyn è stato infatti attaccato dalla G-9 an Fanmi e Alye (una coalizione di più gang nata nel 2020) nel tentativo di eliminare Gabriel Jean Pierre, alias Gabo, il leader della Nan Brooklyn, la principale gang locale. Secondo il report del RNDDH (Resau National De Défense Des Droits Humains), altri gruppi criminali locali si sono uniti nello scontro a lato della G-9, che ha ottenuto oltretutto armamenti pesanti e attrezzature per scavare fossati dal Centre National d'Equipement per aiutarla a portare avanti la caccia al bandito. Una collaborazione tra legalità e illegalità che non sorprende per nulla gli esperti della politica del Paese, in cui le élite e i gruppi criminali si supportano a vicenda con alleanze variabili, le prime per mantenere il potere, i secondi per portare avanti liberamente i propri traffici.


Gli operatori di Medici senza Frontiere hanno chiesto l’interruzione delle violenze e la possibilità di aprire dei corridoi umanitari per portare soccorso alla popolazione civile coinvolta negli scontri, ma al momento non hanno avuto successo. Fanno fatica a descrivere la portata del conflitto: "È un vero e proprio campo di battaglia. Non è possibile stimare quante persone siano state uccise. Lungo l'unica strada per Brooklyn, abbiamo incontrato cadaveri che si decompongono o vengono bruciati. Potrebbero essere persone uccise durante gli scontri o persone che cercavano di andarsene ma che sono state uccise”.


Failing state: una situazione di costante instabilità


Il nuovo report del Freedom in the World, l’indice di Freedom House che misura la democraticità degli Stati basandosi sul livello di diritti politici e libertà civili garantite, definisce Haiti un Paese non libero, collocandolo al 33° posto della classifica. “Lo status di Haiti è diminuito da parzialmente libero a non libero a causa dell'assassinio del presidente Jovenel Moïse, del continuo crollo del sistema elettorale e di altre istituzioni statali e degli effetti corrosivi della criminalità organizzata e della violenza sulla vita civile.“ L’ultima volta che valori così bassi sono stati registrati è stato all’inizio degli anni Duemila, quando Haiti era sconvolto da un conflitto civile tra i sostenitori del presidente populista Jean-Bertrand Aristide e i suoi oppositori. Sono anche gli anni in cui la più importante missione dell’ONU nel Paese, MINUSTAH, viene mandata sul campo, per iniziare il difficile lavoro di stabilizzazione che impegnerà i caschi blu per anni.


Guardando indietro nel tempo, fin da quando, nel 1804, gli schiavi haitiani realizzarono l’unica rivoluzione schiavista di successo della storia, ottenendo l’indipendenza dalla Francia e costituendo la prima Repubblica nera, Haiti non ha mai avuto un vero e proprio periodo di stabilità e sviluppo. Per anni si sono alternati scontri interni tra neri e mulatti per il controllo del potere; poi nella seconda metà del XX secolo gli haitiani sono stati sottoposti al regime dittatoriale di Papa Doc e Baby Doc, che oltre ad infliggere torture e terrore nella popolazione, hanno anche prosciugato le casse dello Stato, abbandonando Haiti ad una condizione di sottosviluppo estremo e povertà. Gli anni ‘90 e i primi anni Duemila non hanno portato reali miglioramenti, con un susseguirsi di lotte interne, occupazioni statunitensi, interventi esterni e calamità naturali. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui il Weak State Index (una volta Failed State Index) classifica Haiti come un “Paese in costante fallimento”. Inutile sottolineare le difficoltà che indici di questo tipo incontrano nel cercare di catalogare gli Stati, ognuno avente il proprio contesto specifico da prendere in considerazione e variabili mutevoli che rendono impossibile una certezza scientifica. In ogni caso, molti analisti ed esperti concordano sul fatto che Haiti sia un caso anomalo: non ha mai raggiunto livelli così alti negli indicatori da poterlo considerare uno Stato fallito - come è successo invece per la Somalia, lo Yemen e la Colombia -, ma allo stesso tempo non è mai uscito da questa condizione di perenne instabilità e debolezza, cosa che gli avrebbe permesso di determinarsi come Stato di reale successo. Viene però da domandarsi quanti anni e episodi di crisi debbano ancora sommarsi affinché una condizione di costante instabilità possa venire definita con diritto “fallimento di Stato”.


Gli sforzi della società civile e l’interventismo esterno.


Uno dei motivi per cui lo Stato haitiano non è ancora crollato del tutto è dovuto agli sforzi della vivace società civile, che non si è mai arresa agli eventi e ha sempre cercato di mediare nelle crisi politiche e sponsorizzare soluzioni locali bottom-up per risolvere gli squilibri interni. A settembre 2021, le principali organizzazioni della società civile si sono riunite in un blocco unico, definito Montana Accord dal nome dell’hotel dove sono avvenuti gli incontri tra i gruppi. Gli esponenti di questa coalizione hanno presentato al governo, provvisoriamente guidato dal Primo ministro Ariel Henry, una proposta di regime di transizione in attesa di effettuare le elezioni e ristabilire la legittimità del parlamento, che non svolge le sue funzioni da oltre un anno, dal momento che i mandati dei legislatori sono scaduti e non sono state organizzate nuove votazioni. Henry, che da quando ha preso il potere ha iniziato a governare in modo sempre più autoritario – soprattutto da quando hanno iniziato a sommarsi le istanze che lo accusano di complicità nell’omicidio di Moïse - , ha rifiutato la proposta e i negoziati tra le parti si sono interrotti nel mese di maggio; inoltre, nessuna dichiarazione ufficiale è stata rilasciata dalle alte sfere dello stato in relazione ai recenti episodi di violenza che stanno scuotendo il Paese.


Il silenzio della politica è una delle ragioni che ha spinto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a votare all’unanimità il rinnovamento della missione BINUH (United Nations Integrated Office In Haiti) fino al 15 luglio 2023. La risoluzione esprime inoltre la disponibilità del Consiglio a imporre sanzioni, quali divieti di viaggio e congelamento di beni, contro individui coinvolti o che sostengono la violenza delle bande, attività criminali o violazioni dei diritti umani ad Haiti. Il rinnovamento della BINUH non è però visto con favore dagli haitiani: infatti, gli scarsi risultati e i danni collaterali causati dai caschi blu in passato – come la complicità nella diffusione di un’epidemia di colera in seguito al terremoto del 2010 e le numerosissime accuse di violenze sessuali – fanno sì che le missioni ONU siano viste principalmente come un’incursione indesiderata nella politica locale. Intanto le violenze nelle strade haitiane non si fermano, la parte meridionale del Paese è praticamente irraggiungibile perché controllata dalle gang locali e le forze dell’ordine sono incapaci di intervenire in modo efficace: anzi sembrano più spesso disposte a collaborare con le bande armate piuttosto che ad agire contro di loro.

Ovviamente non bastano poche righe per descrivere appieno la complessità di Haiti, uno stato dove la semplicità e la bontà della popolazione civile si alternano ad episodi di estrema violenza, nel disinteresse generale della politica nazionale e internazionale. Per questo motivo, per approfondire la realtà haitiana si consigliano le seguenti letture:

  • Paul Farmer, Haiti after the Earthquake, PublicAffairs (2011)

  • Kate Quinn and Paul Sutton, Politics and Power in Haiti, Palgrave Macmillan (2013)

  • Gina Athena Ulysse, Why Needs New Narratives - A Post-Quake Chronicle, Wesleyan University Press (2015)

Inoltre, trovate un approfondimento sull’omicidio del presidente Moïse e il legame tra politica e criminalità ad Haiti a questo link: talesfromthenewworld.wordpress.com/2021/12/17/narcotraffico-e-stati-falliti-il-caso-di-haiti/