• Jhonathan Ruiz

Plan Cóndor: un sistema di violenza e terrore di Stato.

Le implicazioni politiche della Guerra fredda hanno favorito lo sviluppo di significativi fenomeni che hanno inevitabilmente influenzato le relazioni di particolari aree del contesto internazionale.

In aggiunta alla classica dicotomia bipolare, la quale si sofferma sul ruolo svolto dal blocco occidentale e dal blocco sovietico, è possibile elaborare delle riflessioni anche nei confronti di aree geopolitiche che, con un ruolo apparentemente marginale negli sviluppi storici, hanno subito gli effetti delle dinamiche della Guerra fredda. A tal proposito, la nozione di Terzo Mondo, coniata nel 1952 dall’economista Alfred Sauvy, è diventata uno dei concetti più importanti ed espressivi del

XX secolo, utilizzato al fine di indicare quelle aree geografiche economicamente sottosviluppate

e apparentemente privi di legami con i sistemi capitalistici e socialisti, estraniandosi in tal modo dagli schieramenti del bipolarismo internazionale. In realtà, tale macrocategoria, comprendente quei paesi delle zone dell’Africa, Medio Oriente, Sud-est Asiatico ed America latina, racchiude in sé delle evoluzioni sociopolitiche che in relazione al contesto storico di riferimento, ed a maggior ragione nell’attuale fase di globalizzazione, restano comunque fortemente interconnesse con gli sviluppi dell’intero contesto internazionale.


Con l’accelerazione della corsa al nucleare e l’equilibrio geopolitico segnato dalla Guerra di Corea del 1950, le iniziali forme del soft power statunitense si andarono ad intensificare in forme maggiormente aggressive, integrandosi con un notevole attivismo dell’intelligence che iniziò

a monitorare ogni forma di possibile destabilizzazione comunista nel blocco occidentale.

Sotto la pressione del pensiero del “Maccartismo” si andò a ramificare nella politica statunitense un atteggiamento anticomunista che non ebbe difficoltà ad accogliere forme di repressione nei confronti di individui, gruppi e comportamenti ritenuti sovversivi. Negli anni successivi l’antagonismo bipolare finì per esaltare il culto della Dottrina sicurezza nazionale le cui implicazioni andarono a sacrificare persino gli stessi principi costituzionali di libertà che definivano gli ideali occidentali. Tale dottrina, la quale presupponeva un’aperta lotta con ogni mezzo al nemico interno e ideologico di stampo comunista, fu ampiamente integrata nella visione politica delle dittature militari che si instaurarono nei paesi dell’America latina. Di fatto, l’ascesa dei generali al potere, motivato dalla maggiore consapevolezza delle Forze armate circa il ruolo istituzionale che si estendeva all’attività di governo, cominciò a subire gradualmente un indottrinamento statunitense nella logica delle alleanze del contesto bipolare.



Negli anni ’70 le dittature militari che si instaurarono in Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay ancorarono la propria solidità politica sulle strutture di regimi autoritari e repressivi nei confronti di ogni movimento sociale o pensiero sovversivo ritenuto una minaccia per la sicurezza interna del paese.

È in tale contesto che si colloca la genesi del Plan Cóndor, un sistema formale di coordinazione dei servizi di intelligence degli apparati militari del Sud America elaborato al fine di attuare strategie repressive e perseguitare attivisti politici, sociali, sindacali e studenti nell’intera regione sudamericana. Dopo una serie di accordi preliminari, l’atto istitutivo dell'alleanza strategica fu firmato il 28 novembre 1975 a Santiago del Cile, durante la prima sessione segreta a cui parteciparono i rappresentanti di Argentina, Bolivia, Cile, Uruguay e Paraguay. L’organizzazione repressiva si concretizzò con l’assenso implicito della Central Intelligence Agency statunitense come testimoniato dai documenti presenti negli archivi segreti, la cui declassificazione successiva fu fondamentale per ricostruire l’analisi storica delle operazioni militari e dei meccanismi adottati dalle forze di sicurezza dei regimi dittatoriali.


Il Plan Cóndor fu strutturato in fasi complementari contraddistinti da un livello di repressione gradualmente crescente. L'avvio delle operazioni si caratterizzò per la creazione di una banca dati condivisa allo scopo di facilitare lo scambio delle informazioni e la cooperazione tra i servizi di intelligence. Tale meccanismo permise di migliorare il monitoraggio e la sorveglianza dei cosiddetti nemici interni. Le informazioni raccolte furono inerenti a guerriglieri, partiti di sinistra, gruppi politici, movimenti sociali sindacali e, in generale, tutte le organizzazioni che svilupparono una posizione contraddittoria ai governi dittatoriali. Sulla base del consolidamento dei dati raccolti, si concretizzarono le successive operazioni di arresti arbitrari, interrogazioni e torture nei confronti delle personalità sovversive. Tali dinamiche comportarono delle sistematiche violazioni dei diritti umani che segnarono profondamente le principali società latinoamericane.



La violenza politica fu la vera protagonista nel decennio degli anni ’70 in America latina. Le stime circa la quantità di persone che subirono torture e arresti arbitrari si conta, sommando tutti i casi, in varie decine di migliaia, mentre il numero di coloro che persero la vita varia a seconda della portata della forza repressiva dello Stato. Sommariamente si registrarono dalle duecento vittime in Uruguay alle tremila in Cile. I caratteri più sanguinari della repressione si manifestarono con la dittatura argentina instauratasi tra il 1976 e il 1983 dove si consolidò la il fenomeno della cosiddetta Guerra Sucia. Le giunte militari argentine organizzarono un sistema repressivo di forte impatto per la società, con gli apparati di sicurezza del governo che si resero responsabili di arresti illegali, pratiche di tortura, assassinio e sparizioni forzate di circa trentamila persone.


Nonostante gli accordi stipulati per confermare l’impegno collettivo, il Plan Cóndor diminuì

la propria intensità operativa in corrispondenza della fase decadente delle dittature militari.

Con la caduta dell’ultimo regime militare di Pinochet in Cile fu possibile formalizzare le richieste provenienti da parte della società civile circa le responsabilità da attribuire sulle numerose violazioni dei diritti e i crimini commessi contro l’umanità. A tal proposito le Commissioni di inchiesta permisero di fornire una ricostruzione storica circa le pratiche di tortura a cui furono sottoposte le vittime dei regimi. Nonostante la gran parte dei vertici militari riuscì a godere dell'impunità fornita dalle dinamiche delle transizioni democratiche, negli anni successivi l'evoluzione di processi legali ha portato alla condanna di alcuni responsabili del sistema repressivo. A tal proposito, nel 2019 la Corte di Appello di Roma nel 2019 ha condannato all’ergastolo ventiquattro ex militari delle dittature di Uruguay, Cile, Bolivia e Perù imputati nel processo legato all’Operazione Condor accusati di sequestro e omicidio di vari oppositori politici.