• Beatrice Cimaroli

Polonia ancora al centro delle critiche, stavolta per la questione "emissioni"

L’Europa della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) sembra ormai lontana anni luce dall’Unione che conosciamo oggi. La prima, infatti, nacque con l’intento, tra gli altri, di regolare i rapporti tra gli Stati membri, in particolare tra Francia e Repubblica Federale Tedesca, basandosi sulla progressiva liberalizzazione del settore carbo-siderurgico.

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Ad oggi la storia è cambiata, i Paesi dell’UE spingono per una maggiore indipendenza dal carbone, testimoni anche i recenti accordi presi a Glasgow durante la COP26, entrando in conflitto con diversi Stati dell’Est-Europa, tra cui la Polonia, ultimamente al centro di numerose critiche causate dalla sospensione della riforma della giustizia e dalla sentenza della Corte costituzionale polacca dello scorso 7 ottobre che ha stabilito la prevalenza del diritto nazionale su quello europeo.


Come anticipato, l’attenzione è rivolta anche alla questione “emissioni”, strettamente collegata a quella della transizione energetica, e soprattutto al caso della miniera di lignite di Turów (vicina al confine con Repubblica Ceca e Germania). È necessario un breve excursus temporale. Nel 2020 sarebbe dovuta scadere la concessione di utilizzazione del sito, ma la Polonia aveva richiesto un prolungamento fino al 2044 senza fornire nessun report sull’impatto ambientale, l’estrazione di combustibili fossili ha, infatti, causato gravissimi danni all’ecosistema circostante, peggiorando la qualità dell’aria, rendendo impossibile agricoltura e allevamento nelle aree circostanti e prosciugando le falde acquifere di Frýdlant, cittadina ceca nei pressi del confine.


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A settembre, la Corte di giustizia europea (Lussemburgo) ha dato ragione alla battaglia portata avanti dal governo di Praga contro l’estensione delle autorizzazioni per lo sfruttamento delle risorse minerarie, sanzionando Varsavia con una multa di 500mila euro al giorno per la violazione dell’accordo sulla cessazione delle attività nel complesso di Turów.


La Polonia ha supportato la sua posizione dichiarando che Turów e una centrale elettrica adiacente generano circa il 7% dell’energia nazionale, illuminando le case di milioni di famiglie. Più in generale, oltre la metà dell’elettricità polacca proviene dal carbone e molti sostengono che dovrebbe continuare a farlo. Inoltre, le proteste di centinaia di minatori di fronte all’edificio della Commissione europea a Varsavia mettono in evidenza il problema della disoccupazione che si creerebbe in seguito alla chiusura delle miniere di carbone, oltre all’inevitabile, secondo loro, innalzamento dei prezzi del carburante.


Il governo polacco rassicura la propria popolazione promettendo un’eliminazione graduale delle miniere con l’obiettivo di combattere il riscaldamento globale.


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Trasformazione energetica – sì”, ha detto Sebastian Kocwin dell’All-Poland Alliance of Trade Unions.Ma a condizioni eque. Con calma e lentamente, in modo da sostituire ogni lavoro che sta per essere liquidato con un lavoro in un’industria correlata. Dove i guadagni sono simili, dove hai lo stesso rispetto e prestigio. E non lavori di bassa qualità“.


“La sovranità energetica si costruisce sulla base delle proprie risorse. La Polonia ha il suo carbone e da quello dovremmo produrre energia e calore. […] I polacchi non accetteranno un drastico aumento dei prezzi dell’energia. La sovranità energetica si costruisce sulla base delle proprie risorse. La Polonia ha il suo carbone e dovremmo produrre energia e calore da quello.”


Janusk Kowalski, deputato polacco del Partito della Solidarietà