• Valerio Lombardo

Quando i soldati combattono la mafia: la storia dell'Operazione Vespri Siciliani

Questa è una storia, una storia che profuma di limone e di mare. Ma anche di sangue e di polvere da sparo. L’aria è calda e vicino il blindato della Folgore lo è ancora di più. Con il giubbotto antiproiettile, l’elmetto e il Beretta d’ordinanza addosso, non si respira. L’ultima doccia è quella di 3 giorni fa. Ormai un miraggio. Non arriva il cambio della guardia. Sono giorni che solo grazie a qualche bar e a qualche anima pia tra i “local” si riesce a fare i propri bisogni e ad avere dell’acqua fresca.


Non è Mogadiscio. Non è l’Afghanistan. È Palermo. È un anno particolare, è il luglio del 1992. Finalmente lo Stato ha dichiarato guerra aperta a Cosa Nostra. In realtà, la Storia ci dirà altro, sarà molto più.


Ma in quei giorni, i cittadini avevano la necessità di sentirsi al sicuro. Dopo che i due uomini simbolo della lotta alla mafia erano saltati in aria, i giudici Falcone e Borsellino, dopo che in vent’anni Generali, prefetti, magistrati, poliziotti, carabinieri e semplici cittadini avevano perso la vita per mano di Cosa nostra, lo Stato italiano fa una cosa mai vista prima: invia l’esercito in Sicilia. Inizia così l’Operazione Vespri Siciliani. Una delle operazioni militari forse meno conosciute della nostra storia. Una sorta di “nonno” dell’odierna “Strade sicure”. Inizia perché lo Stato è esasperato dalla stagione delle bombe, si sta perdendo il controllo della situazione. Si è superata una linea sottile, è il momento di intervenire.


Fondamentalmente l’esercito in Sicilia svolge le azioni di polizia territoriale: posti di blocco, in taluni casi scorta, controllo e presidio di luoghi sensibili. Così facendo da una parte i mafiosi ci pensano due volte prima di compiere attentati, dall’altra polizia e carabinieri sono alleggeriti da questi impieghi ed hanno così la possibilità di focalizzarsi su operazioni di investigazione e cattura degli affiliati alla Cupola.


La risposta della popolazione siciliana non si fa attendere. Credo che chiunque almeno una volta nella propria vita, anche semplicemente guardando un telegiornale, ha visto un’immagine dei funerali del giudice Falcone e del giudice Borsellino. Ecco, tutta quella folla, inferocita ed esausta dalla violenza mafiosa, indubbiamente ha aiutato le forze di polizia, rompendo, almeno in parte, quel muro di omertà che accompagna tutt’ora i paesi in cui le cosche criminali prosperano e vivono.


All’inizio della missione però numerose sono le testimonianze di comandanti che denunciano la precaria organizzazione dei compiti e delle turnazioni. I cambi non arrivano in tempo, spesso non arrivano affatto. Non sono state destinate ai soldati impiegati, caserme e alloggi adatti. Già però dopo i primi successi, come fossero contratti a provvigione, arrivano i cambi, vengono create caserme in tempi brevissimi e aumentano sempre di più i soldati da inviare nell’isola.


In Sicilia dal quel luglio 1992 fino alla fine della missione, nel 1998, vengono impiegati circa 150mila soldati da tutta Italia. La maggior parte sono volontari, come tantissimi dopo quegli anni saranno i poliziotti e carabinieri che chiederanno il trasferimento nell’isola per fare la loro parte nella lotta alla mafia. Alla fine della missione “Vespri Siciliani” però i numeri sono entusiasmanti. Grazie anche all’intervento dei soldati: 1.647 rastrellamenti; 21.512 attività di pattugliamento; 39.014 posti di blocco stradali; 62.847 controlli di edifici; 665.407 controlli agli automezzi; 813.439 persone identificate; 786 attività di cinturazione di obiettivi; 1.225 persone consegnate alle Autorità di P.S.; 168 armi e 3.113 kg di esplosivo sequestrati. Sembrano una serie di dati in fila, eppure sono un colpo di portata tale, che ha portato la mafia ad abbassare la testa.


Però, la storia ci restituisce anche l’altra faccia della medaglia. Se da una parte abbiamo uno stato intransigente che invia i suoi uomini migliori sul campo, contro un nemico subdolo per aiutare i magistrati e per non far ripetere mai più lo stragismo mafioso, dall’altra vediamo uno Stato in ginocchio, che deve scendere a patti con quegli stessi mafiosi che sta cercando di combattere, ma che tengono per la cravatta uno Stato che ha dovuto abbassare la testa. Lo stesso Stato che sembra non avere neanche la forza di reagire, colpita da nord a sud da scandali, bombe e proteste. Il 1992 come detto è un anno strano. Di cambiamenti epocali.


Questa è una storia. Una storia che profuma di limoni e di mare. Di polvere da sparo e di sangue.