• Valerio Lombardo

Questa è una storia, la storia del golpe Borghese

Questa è una storia che ha come sfondo Roma in una piovosa notte di inizio dicembre del 1970.


Questa è una storia che, se fosse stata scritta da un autore di inizio ‘800, si concluderebbe con il protagonista che si alza dal letto, sudato e con il respiro affannato, che beve un bicchiere d’acqua dalla caraffa a fianco al letto e torna a dormire, ancora turbato dal sogno. Ma questa storia non è stata scritta da nessuno. In effetti, questa storia non è mai avvenuta.


Questa è una storia che non è una storia.


Eppure, le vicende che prendono il nome di Golpe Borghese, o meglio, tentato Golpe Borghese, sono reali. La notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 era tutto pronto. Tutto pronto per ribaltare la repubblica italiana. Fare cioè come in Portogallo o Grecia, o come tutte le democrazie rovesciate in Sud America.


Il principe Junio Valerio Borghese

Il protagonista principale che incontriamo in questa strana e oscura vicenda, è proprio un personaggio che proprio nel nome ha un riferimento alla palette di colori scuri: Il principe nero, Junio Valerio Borghese.


Comandante durante la seconda guerra mondiale della X MAS, è uno dei tanti, tantissimi, sopravvissuti all’amnistia Togliatti. Fascista della prima ora che ha perseguito l’ideale fino a Salò, nella guerra civile che ha devastato l’Italia dal 1943 fino al ’45.


Questa storia però non ha un solo mandante, ne ha moltissimi. Dai nostri servizi segreti, passando per membri del gabinetto di Kissinger, fino ad arrivare ad Otto Skorzeny (di cui parleremo, forse, un’altra volta). Per parlare di questa storia non storia, bisogna partire dall’Italia, valicare il confine ed arrivare in Germania, superare i Pirenei ed arrivare a Madrid e infine atterrare a Washington DC, poi fare il percorso inverso.


Ci sono ancora questioni importantissime da citare per rendere completo il quadro, prima di passare al racconto di quei momenti concitatissimi che dovevano far tornare l’Italia ad un regime che l’aveva piegata, ed in parte spezzata.


L’Italia del 1970 è appena entrata in quel torbidissimo periodo che viene denominato dagli storici strategia della tensione. Un anno prima, precisamente un anno prima l’Italia stava per entrare in stato di emergenza. Dividendo i poteri dello stato in 3 persone: Ministro dell’interno per l’ordine pubblico, presidente del consiglio capo del governo e presidente della repubblica capo delle forze armate. Uno stato marziale insomma.


Tutto questo perché il 12 dicembre 1969, una bomba esplosa all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, aveva procurato 17 morti e 88 feriti. La prima bomba nera di una stagione lunga più di un decennio che vedrà centinaia di morti, migliaia di feriti, e troppi pochi colpevoli. Anche queste sono ovviamente parti integranti se non fondamentali di un’intricatissima tela di ragnatele.



I fatti


Come detto, il piano d’attuazione del Golpe andò in scena a Roma e in altre città italiane nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970. Un contingente della guardia forestale in assetto da guerra si posiziona poco lontano dalla sede Rai di Roma. Nel Ministero dell’interno diverse personalità iniziarono a distribuire equipaggiamento ai vari congiurati che stavano prendendo parte al Golpe.


Tutto era pronto. Armi cariche, ordini precisi. Era anche stato redatto il proclama che il principe nero avrebbe dovuto recitare in Tv e in Radio per avvisare la popolazione del fatto compiuto. Già era tutto delineato anche dal punto di vista politico. L’Italia dopo il Golpe sarebbe entrata a far parte di una cerchia ristretta, quella della Grecia dei Colonnelli, quella della Spagna di Franco e del Portogallo di Salazar. Un quartetto di nazioni anticomuniste, autarchiche, dittatoriali, repressive e illiberali.


Tornando a quella notte, come detto, era tutto pronto. Calcolato e ragionato al millesimo, d’altronde come si scoprirà in seguito le menti a capo dell’operazione erano tra le più brillanti al mondo in fatto di intelligence. Scoccata la mezzanotte però qualcosa non va. Il carro armato Ariete che percorre le strade romane non sa cosa fare. Gli uomini della guardia forestale, stipati nei camion trasporto truppe si guardano in attesa di ordini. Ordini però che non arrivano.


L’operazione che doveva restaurare un regime dittatoriale in Italia, è in ritardo rispetto ai piani. Le ore si accumulano, l’adrenalina comincia a scemare, qualcuno si appisola. Nessuno sa cosa sta succedendo. Forse neanche lo stesso Junio Valerio Borghese sa cosa in quelle ore sta passando nelle menti dei burattinai di questo golpe, fino alle due di notte, quando una telefonata conferma: il colpo di stato è annullato. Si torna a casa.


Il carro armato che era stato visto girare per le strade romane, si ferma a fare il pieno nei pressi della stazione Tiburtina e torna al deposito. Le guardie forestali che dovevano essere il braccio armato dell’operazione, tornano dalle proprie famiglie con molto sonno in più. Il principe nero, sentendo puzza di bruciato, facendo fede nel suo animo fascista, fa quello che nella sua vita gli è riuscito meglio: scappa. E si rifugia nella Spagna di Franco.


Tre mesi dopo, nel marzo 1971 viene reso noto al Parlamento di questo tentativo di rovesciare lo Stato. Un’ultima curiosità su questi avvenimenti, o meglio, non avvenimenti riguarda l’ultima sentenza del 1986, in cui la Cassazione assolse tutti i congiurati. Dopo più di 10 anni di indagini, tutti assolti. Ma la curiosità sta nel fatto che per la prima e unica volta nella storia repubblicana, anche i rei confessi vennero assolti dalle accuse e condanne.


Come detto questa è una storia. Anzi una non storia.