• Crystal Lucianini

Raisi è il nuovo Presidente iraniano: sarà davvero rottura con il passato?

La stampa internazionale ha spesso etichettato Ebrahim Raisi come un ultraconservatore, ponendolo in netta opposizione rispetto al Presidente uscente Hassan Rouhani, noto per una politica moderata e riformista. In effetti, le due figure sono molto diverse tra loro, perché Raisi rientra nella categoria dei conservatori tradizionalisti, ossia la componente politica più vicina all’apparato teocratico emerso dalla Rivoluzione del 1979. Ciononostante, nel corso degli ultimi anni egli non si è mai avvicinato alle posizioni più radicali del mondo conservatore iraniano, per questo non si prevede una svolta sostanziale rispetto all’amministrazione uscente, così come spesso invece viene riportato.

Raisi prese parte alle proteste che portarono al rovesciamento dello scià e che diedero luogo alla rivoluzione islamica guidata dall'Ayatollah Ruhollah Khomeini. Fin da giovane ha avuto una brillante carriera politica, tanto da diventare vice procuratore generale di Teheran a soli venticinque anni. È proprio mentre ricopre questo ruolo che la sua vita politica si macchia irrimediabilmente: avendo fatto parte del “Comitato della morte”, alcune organizzazioni per i diritti umani lo condannano per crimini contro l’umanità. Costituito da quattro giudici, il Comitato lavorava per i tribunali segreti istituiti nell’88 e aveva messo a morte con giudizio sommario migliaia di prigionieri politici. Gli uomini, spesso facenti parte dell’opposizione, venivano poi seppelliti in fosse comuni. Il numero esatto dei condannati non è mai stato reso noto, ma Raisi ha ripetutamente negato il suo ruolo nelle condanne a morte, pur giustificandole in virtù di una fatwa dell’Ayatollah Khomeini.

Già nel 2017 si era candidato alla presidenza contro Rouhani, perdendo però le elezioni con il 38% delle preferenze. Ciononostante, nel 2019 l'Ayatollah Ali Khamenei lo ha nominato capo della magistratura e, poco dopo, Raisi è stato eletto come vice presidente dell'Assemblea degli Esperti, l'organo clericale responsabile dell'elezione della Guida Suprema. La sua vicinanza all’Ayatollah Khomeini - tanto da essere considerato un suo possibile successore - e la squalifica da parte del Consiglio dei Guardiani di importanti candidati moderati e riformisti hanno fatto pensare che l’elezione fosse stata orchestrata fin dall’inizio per portare proprio lui alla vittoria.

In tale situazione, non sono mancate aspre critiche. Secondo The Economist, il candidato riformista Mohsen Mehralizadeh, prima di ritirarsi, avrebbe affermato che il Consiglio aveva allineato "il sole, la luna e il cielo per fare di una persona particolare il presidente".

Inoltre, lo stesso ex Presidente Ahmadinejad, che figura tra i candidati esclusi, ha riferito in un video messaggio che non avrebbe votato, non volendo avere una parte “in questo peccato”.

La componente centrista e riformista si è infine rifiutata di votare. In conseguenza a ciò, si è registrato un alto tasso di astensionismo alle urne, dato che l’affluenza è stata di poco inferiore al 49%.

Raisi, dunque, ha sì vinto le elezioni, ma sostanzialmente con lo stesso numero di preferenze del 2017, col quale però aveva perso. La vittoria è stata ottenuta col 62% dei voti, ma i suoi numeri non sono certo qualcosa di cui vantarsi.

Pur non potendo dimostrare che le elezioni siano state architettate per favorire proprio lui, il sistema elettorale iraniano presenta delle caratteristiche poco democratiche. Il vero leader del paese è costituito dalla Guida Suprema, ossia la più alta autorità politica e religiosa dell'Iran, che detiene il controllo (diretto o indiretto) sul potere esecutivo, giudiziario e legislativo, nonché sulle forze armate e sui media. Attualmente questa funzione è assunta dall’Ayatollah Khamenei, che, in funzione del suo ruolo, ha il potere di stabilire l'indirizzo della politica interna ed estera. Inoltre provvede alla nomina di sei dei dodici membri del Consiglio dei Guardiani, organo non eletto costituito da giuristi e teologi. Proprio il Consiglio è l’ordine incaricato del vaglio dei candidati alle elezioni e i suoi restanti sei membri provengono dal Parlamento. Tuttavia, i membri di quest’ultimo, pur essendo eletti con voto popolare diretto ogni quattro anni, vengono selezionati proprio dal Consiglio dei Guardiani, che vaglia l'ammissibilità di tutti i candidati, valutandone la conformità ai valori della Repubblica Islamica.

Per questi motivi, la candidatura di Raisi alle presidenziali, pur essendosi presentato questo come “indipendente”, ha convinto molto poco gli iraniani e gli osservatori internazionali. Egli si è definito la figura più adatta a rispondere alla crisi economica e sociale iraniana, impegnandosi a “combattere povertà, corruzione, umiliazione e discriminazione”. Tuttavia, la scelta del nuovo leader politico formale potrebbe essere ricaduta su di lui per la sua sostanziale simbiosi con l’Ayatollah Khamenei e per una questione di circostanze.

Si avvicinano infatti delle scadenze importantissime per l’Iran - primo tra tutti l’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti - e questo probabilmente ha reso necessaria la presenza di una figura avente una linea politica molto vicina a quella della Guida Suprema. Si tratterebbe di un tentativo di modifica della strategia politica negli affari esteri, in virtù del fallimento della politica di moderata apertura di Rouhani all’Occidente. Rappresentata dall’accordo sul nucleare nel 2015 con gli Stati Uniti, la manovra era stata adottata per portare il paese fuori dall’isolamento a cui le sanzioni internazionali lo avevano condotto. Tuttavia, l’uscita degli USA dall’accordo col conseguente ripristino delle sanzioni non solo non ha condotto ai risultati sperati, ma ha anche gettato il paese nel ridicolo. La rinegoziazione dell’accordo con gli Stati Uniti resta dunque di fondamentale importanza per l’Iran, la cui economia ha urgente bisogno di una ripresa. Tale successo negoziale poi potrebbe garantire a Raisi quella legittimità che fino ad ora gli è stata contestata.