• Crystal Lucianini

Soft power e Public Image Strategy: salvare la reputazione con lo sportswashing



Quando si parla di sportswashing non può non essere riconosciuto il grande impegno nel settore profuso dalle petromonarchie del Golfo. In molti sostengono che ospitare grandi eventi sportivi favorisca una maggior apertura di questi paesi nei confronti della tutela dei diritti umani, ponendo sotto i riflettori le mancanze in questo ambito e dunque stimolando i governi a modificare la loro posizione in merito.


Tuttavia, nel concreto, iniziative di questo tipo servono solo gli scopi e gli interessi dei paesi ospitanti, non quelli della loro popolazione. In questo articolo, mostriamo tre casi di sportswashing offerti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, consapevoli che questa rappresenta solo una breve rassegna di un fenomeno che ha assunto ormai dimensioni spropositate.



Arabia Saudita


Gli appassionati di sport associano il paese al set delle finali della Supercoppa di calcio italiana e spagnola o a uno dei rally di automobilismo e motociclismo più famosi al mondo, il Rally Dakar, che si corre qui stabilmente dal 2020 e che si è tenuto nel gennaio di questo anno. Eppure, proprio l’Arabia Saudita è governata da regime autoritario e antidemocratico ed è uno dei paesi al mondo più denunciati per violazione dei diritti umani.


Nel rapporto annuale 2020-2021 di Amnesty International, la lista delle violazioni di cui il governo saudita è accusato è lunghissima:

  • repressione dei diritti di libertà di espressione, associazione e riunione;

  • pena di morte;

  • punizioni corporali;

  • arresto arbitrario e persecuzione degli oppositori di regime;

  • processi iniqui.


Tuttavia, nulla di tutto ciò è bastato per scongiurare l’elezione dell’Arabia Saudita a membro del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) - insieme alla Cina - dal 2017 al 2019.


Nel 2021 il PIF (Public Investment Fund), guidato dal principe ereditario del Regno saudita, Muhammed bin Salman, ha acquistato per 415 milioni di dollari il Newcastle United Football Club, società calcistica inglese che milita nella massima divisione del campionato inglese, la Premier League.


La decisione di quest’ultima di approvare l’acquisizione saudita del Newcastle ha causato non poco scompiglio. Infatti, mentre subito dopo la diffusione della notizia decine di tifosi euforici hanno festeggiato la firma del contratto, cantando, sventolando bandiere dell’Arabia e persino indossando abiti tradizionali sauditi, in occasione di una partita di Premier League tra Crystal Palace e Newcastle United a Londra, alcuni tifosi del Palace hanno esposto uno striscione in segno di dissenso per l’affare.


Moḥammad bin Salmān mercurio blog arabia saudita
Striscione satirico su Moḥammad bin Salmān | Shutterstock


Sullo striscione sono rappresentati il PIF, dalle sembianze di uno sceicco che brandisce una sciabola insanguinata, e il boss della Premier League Richard Masters, in una pozza di sangue. Davanti a lui è poggiato a terra un sacco di soldi, mentre in secondo piano troviamo una “Premier League - Owner Test”, che mostra come presenti tutti i requisiti necessari all’acquisto della squadra. Tra questi requisiti troviamo ad esempio violazioni dei diritti umani, censura, omicidi e terrorismo. Tutti crimini di cui l’Arabia Saudita è accusata da anni.



Emirati Arabi Uniti


Anche l’acquisto di club calcistici europei da parte di ricchissimi sceicchi rientra nella più ampia strategia di sportswashing. Tra tutti possiamo citare il caso del Manchester City, acquistato nel 2008 dal City Football Group, controllata dal fondo Abu Dhabi United Group. Non solo: gli Emirati sono conosciuti da milioni di persone in tutto il mondo per ospitare il Gran Premio di Abu Dhabi, un Gran Premio di Formula 1 che si disputa qui dal 2009. Proprio durante l’edizione del 2021 il pilota automobilistico britannico, Lewis Hamilton, ha deciso di indossare un casco arcobaleno, che richiamava la bandiera del movimento Lgbtq+ in difesa dei diritti di genere, con su scritte le parole We Stand Together e Love Is Love. Alla protesta del campione inglese si è unito il collega tedesco Sebastian Vettel, che in quell’occasione ha affittato un’intera pista di kart per far correre piloti donna locali.


Lewis Hamilton afp mercurio blog
Lewis Hamilton al GP dell'Arabia Saudita | AFP

Gli Emirati Arabi Uniti sono famosi per le violazioni dei diritti umani perpetrate soprattutto ai danni di donne, minoranze e lavoratori stranieri. Qualsiasi dimostrazione pubblica di affetto - anche un semplice abbraccio - è considerata indecorosa e socialmente inaccettabile, mentre si può essere puniti con una multa o addirittura l’arresto, se si viene scoperti a soggiornare nella stessa camera d’hotel con un partner con cui non si è sposati.


UAE Human Rights | Facebook

Il paese rientra tra quelli in cui viene soppresso qualsiasi tentativo di opposizione politica. È celebre la vicenda di Ahmed Mansoor, l'attivista emiratino per i diritti umani, che venne arrestato nel marzo del 2017 per il reato di offesa allo status e al prestigio degli Emirati Arabi Uniti e dei suoi simboli, compresi i suoi leader.


Prima dell’arresto, l’uomo aveva subìto ripetute minacce di morte, intimidazioni e vessazioni da parte delle autorità emiratine e più volte il suo telefono, computer, email e account Twitter erano stati violati. Monsoor sta scontando una condanna a 10 anni di carcere, emessa nel 2018.



Qatar


Il paese ospiterà la ventiduesima edizione della Coppa del Mondo FIFA, i cui lavori sono costati circa 100 miliardi di dollari. Il Qatar, però, è finito nell'occhio del ciclone per le condizioni di lavoro cui sono costretti a sottostare gli operai, trattati quasi fossero schiavi.


Secondo Human Rights Watch, molti di questi lavoratori sono migranti provenienti soprattutto da Bangladesh, India e Nepal, che spesso ricevono salari molto più bassi di quelli che gli erano stati promessi prima di emigrare e si vedono ritirare i propri documenti, per evitare che lascino il paese prima del termine del loro contratto.


Manifesto della pagina Boycott Qatar 2022 | Twitter

La mancanza di tutela dei diritti umani fondamentali non è legata solo allo sfruttamento dei lavoratori migranti, ma anche al trattamento riservato alle donne e alla comunità LGBT. Sull’onda delle polemiche sollevate per gli operai impegnati nella costruzione delle infrastrutture per FIFA 2022, in molti hanno attaccato il Qatar anche per il trattamento riservato alla comunità LGBT, tanto da indurre Nasser Al-Khater, CEO della FIFA World Cup Qatar 2022, a dichiarare che il paese sarebbe stato tollerante verso la comunità LGBT a condizione che non ci fossero dimostrazioni pubbliche di affetto.


Che dire… Un gran passo avanti, no?


ADHRB mercurio blog bahrain
Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain | ADHRB