• Valerio Lombardo

Storia di una trattativa: quando lo Stato ha abbassato la testa

Il 1992 per il nostro Paese è stato un anno a dir poco particolare. Da nord a sud c’era un’aria di cambiamenti, talvolta epocali.


Mentre la radio suonava “I will always love you” di Whitney Huston e nella notte degli Oscar fece incetta di premi “Il silenzio degli innocenti”, in Italia scoppiavano le bombe della mafia e viene aperto il vaso di pandora di “Mani pulite”.

Focalizziamo l’attenzione su quelle bombe però, anzi, su come cessarono di scoppiare quelle bombe.


Una guerra, si sa, può finire solamente in due modi: o l’uno prevale sull’altro, o si scende a compromessi per evitare inutili spargimenti di sangue. È proprio quest’ultimo il modo che venne scelto per concludere la violentissima guerra che stava dilagando tra la cupola mafiosa e lo Stato italiano.


Proprio lo Stato venne attaccato in maniera estremamente violenta ed eclatante nel 1992 con, tra le altre, le stragi di Capaci e di via D’Amelio ai danni dei giudici Falcone e Borsellino, i due giudici più temuti dalla cupola a cui avevano inferto un colpo durissimo con il Maxiprocesso.


Non che fino a quel momento i corleonesi o le altre cosche sparse per tutta la Sicilia non avessero ucciso servitori dello Stato. Non lo avevamo mai fatto, però, in maniera così vistosa. Forse solo l’omicidio del Generale dell’Arma dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa avvenuto dieci anni prima in via Carini a Palermo, dove era stato inviato in veste di procuratore per contrastare Cosa Nostra.


Tornando al 1992, anzi superandolo, arriviamo al 1993, anno in cui la trattativa tra Stato e mafia è già in corso. Alcune dietrologie parlano anche di un coinvolgimento dei protagonisti di questa trattativa nell’omicidio del giudice Borsellino, strettamente legato, appunto, alla sua scoperta riguardo i contatti tra esponenti delle forze armate e dello Stato con la cupola.


Nel 1993, dunque, Cosa Nostra alza il tiro, valica i confini isolani e arriva a compiere stragi in tutta la penisola: a Firenze, in via dei Georgofili, uccide 5 persone e ne ferisce circa 50. Via Palestro a Milano è il luogo della seconda bomba che uccide altre 5 persone e ne ferisce 20. Roma è l’ultimo teatro, due bombe contemporanee a San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro che, però, non mietono nessuna vittima, ma feriscono 20 persone.


I protagonisti di questa trattativa sono: i generali Mori e Antonio Subranni da una parte e Antonino Cinà e Leoluca Bagarella dall’altra.


Dopo più di dieci anni, nei quali si susseguirono dapprima semplici chiacchiere, poi indagini ed infine prove, il primo grado di giudizio nella sentenza del 2018 ha formalizzato che la trattativa, in cui era coinvolti tra gli altri anche Marcello dell’Utri, ha di fatto piegato lo Stato verso le richieste di Cosa Nostra. La sentenza del 23 settembre 2021, però, ha in parte ribaltato il primo grado. I generali Subranni e Mori sono assolti non perché il fatto non sussiste, come per Dell’Utri, ma perché il fatto (accertatamente commesso) non costituisce reato.


Dunque, ci troviamo davanti ad una svolta paradossalmente epocale. Se rappresentanti dello Stato scendono a patti con la cupola mafiosa invece che, ad esempio, ampliare i poteri dell’esercito durante l’operazione Vespri Siciliani, non è reato.


Ora non ci resta che aspettare la Corte di Cassazione, che metterà per sempre la parola fine sulla Trattativa Stato Mafia che è avvenuta, senza ombra di dubbio, negli anni più frenetici della nostra storia recente. Tra mani pulite e cose nostre, tra Whitney Huston e Hannibal Lecter.