• Stefano Cioffarelli

Taiwan si prepara allo scontro con la Cina? Intanto, in Lituania è lotta per Taiwan

Un Piano di Emergenza in chiave occidentale per affrontare una potenziale guerra con Pechino: Taipei rassicura i propri cittadini con disegni e vignette. Ma quanto è reale il rischio di un conflitto caldo con Taiwan nel Mare Cinese? Nel frattempo, Vilnius sfrutta la tenzone tra il Dragone e l’Aquila e ottiene crediti alla NATO.



Un prontuario di emergenza per i civili: Taiwan si prepara a un conflitto caldo con Pechino?

Sulla scorta di altri war survival handbook già elaborati da Svezia e Giappone, anche Taiwan lo scorso 12 aprile ha reso noto ai propri cittadini un manuale di sopravvivenza da studiare e attuare in caso di attacco militare. Una guida pratica, intuitiva e di facile utilizzo: si compone perlopiù di immagini e vignette, così da darle un taglio accattivante e scolastico, allo scopo di rendere meno ostico un tema non propriamente di facile narrazione, soprattutto per i più piccoli. Poche pagine in cui si riassumono le informazioni e le indicazioni essenziali: pratiche app per individuare i rifugi antiaerei più vicini – da considerare, però, l’eventualità di un cyber attack antecedente o concomitante lo scontro tradizionale, che potenzialmente potrebbe negare l’accesso alla rete (non è difficile individuare in letteratura alcuni noti precedenti come quello del 2008, quando la Georgia ha subito un attacco cyber precedente un attacco convenzionale, scatenato dalla Russia attraverso l’uso di malware dormienti quali “bombe logiche”; ancora, nel 2014, l’Ucraina ha visto interrompere le comunicazioni in partenza dal Paese verso l’Unione europea e gli Stati Uniti, prima di uno scontro frontale) – o ancora suggerimenti per la preparazione di kit di primo soccorso, indicazioni per trovare facilmente scorte di acqua e cibo, e in generale buone pratiche da adottare per provare a uscirne indenni. La volontà del Paese è dunque quella, in un’ottica preventiva e di risk based approach che difficilmente può non condividersi, di formare e informare i propri abitanti, rendendoli edotti su cosa fare e come farlo: il modello seguito non è molto distante da quello impiegato nei Piani di Emergenza redatti dai Paesi occidentali per fronteggiare rischi naturali e antropici. La data scelta per la pubblicazione del Piano non può essere considerata frutto di una mera casualità: subito dopo il 24 febbraio ultimo scorso, si è accresciuto il numero di analisi e articoli in cui si prefigura uno scenario simile a quello ucraino anche per Taiwan, al netto di elementi orografici e strategici nettamente divergenti.


Taiwan, l’isola contesa. Un compendio delle ragioni endogene ed esogene dello scontro

In chiave comparatistica, i punti di vicinanza – e di divergenza – tra i due teatri, non sono pochi e di poco conto. Per sommi capi possono essere così delineati: l’Ucraina gode di una strategica apertura sul Mar Nero ma questo è pur sempre un bacino chiuso, il che lega la Nazione ad interessi geostrategici principalmente terragni, rendendola una potenza tellurica come la vicina Russia; per Taiwan è vero il contrario: idealtipo di potenza talassocratica, isola che beneficia – e al contempo è costretta a fare i conti – di una posizione centrale tra il Mar Cinese Orientale e Meridionale, chockpoint difficilmente aggirabile da traffici commerciali e punto di collegamento privilegiato verso l’Europa e gli Stati Uniti. Entrambe poi sono ricche di risorse a cui la quasi totalità dei Paesi anela ma con caratteristiche e valori che le differenziano: l’Ucraina – come la Russia – beneficia e sostanzia la propria potenza su grandi quantità di risorse energetiche, quali gas e carbone, prodotti dalla cui dipendenza sottrarsi nel breve termine risulta essere utopico. Risorse preziose ma comuni anche ad altri Paesi: in caso di necessità possono raggiungersi difatti nuovi accordi – creando legami più forti e accantonando, per interesse, qualsivoglia principio morale e costituzionale – con i ricchi Stati dell’area MENA, letteralmente galleggianti su petrolio e gas. Altro dato rilevante, la collocazione geografica dello Stato nel Rimland – classificazione di mackinderiana memoria, oggi più che mai attuale – testa di ponte tra Asia e Europa, elemento, tra gli altri, di una lunga cordata che ancora rappresenta per la geopolitica statunitense un irrinunciabile avamposto, che va protetto dagli interessi russi e, potenzialmente, cinesi, che insistono sull’area. Elementi questi – la centralità della posizione geografica in chiave geopolitica e la ricchezza di preziose materie prime – che si ritrovano, con maggiore intensità, passando in esame l’identità di Taiwan. Lo stretto che divide l’isola dalla terraferma cinese è un prezioso spazio di manovra per le navi mercantili di Pechino, in bacini acquatici – quelli del Mar Cinese Orientale e Meridionale – relativamente stretti e compressi tra altri Stati, più o meno in linea con la potenza cinese. Dunque, potenziale zona economica esclusiva da accaparrarsi, nel tentativo di ricongiungimento forzato che da anni attanaglia i due. La centralità territoriale rimane però a margine, considerando l’altra, enorme ricchezza, di cui Taipei beneficia: nell’età contemporanea non si può realisticamente immaginare un’interruzione dal bisogno di materiali semi-conduttori, principalmente per la produzione di micro-chip, ramo in cui il Paese risulta essere leader assieme a pochi altri. Di qui, un altro dei motivi che alimenta il “tiro alla fune” tra Pechino e Washington, nel tentativo dell’una di estromettere l’altra dai legami economici e geopolitici con l’isola: i primi rivendicano – all’incirca dal 1971, quando a seguito del prezioso lavoro diplomatico di Kissinger e della volontà dell’Amministrazione statunitense di Nixon, si segna un’importante apertura verso la Cina comunista, che permette di recuperare i rapporti interrottisi a seguito della rivoluzione di Mao Tse Tong del 1949, aprendo così la strada al governo di Pechino, che riuscirà a riacquisire il proprio seggio presso l’Onu (occupato fino al 1971 da Formosa – l’attuale Taiwan – dove si rifugiarono, dopo il 1949, i nazionalisti cinesi sconfitti) – la paternità dell’isola, sostenendo con forza l’idea di una sola Cina, anche se amministrata con due sistemi differenti (Taiwan come Hong Kong, gode di un regime particolare, quantomeno ancora attualmente, per via della sua storia passata). Washington, dal canto suo, sostiene implicitamente la legittima volontà di Taiwan di rendersi indipendente dalla terraferma, esercitando de facto uno stretto controllo sull’isola in ragione dei legami geopolitici che le legano, seppur mantenendo una mirata “ambiguità strategica” nei riguardi di Taipei. Evitando oculatamente di schierarsi apertamente con l’alleato asiatico, gli Stati Uniti riforniscono tatticamente Taiwan con armi e uomini per addestrare le forze locali, ottenendo in cambio un’importante assicurazione: forniture di semi-conduttori per la prosperità del mercato americano ed una porta aperta sull’Oceano Pacifico, attraverso cui poter ancora sostanziare con forza il “Pivot to Asia” avviato dalle due amministrazioni Obama.


Uno “scudo di silicio” per Taiwan: perché nel Mare Cinese non si combatte

Alla luce di quanto fin qui esaminato, viene da domandarsi: nel breve e brevissimo termine, sfruttando anche il focus dell’attenzione mediatica concentrato sulla guerra che costringe l’Eurasia, è ragionevole aspettarsi una guerra “calda” tra Pechino e Taipei, combattuta a largo della costa cinese? A parere di chi scrive la risposta è un secco “no”, per almeno due ragioni.

La prima. Pechino considera Taiwan una propria provincia, un’isola distaccata dalla terraferma: dichiararle guerra equivarrebbe a legittimare la sua manifesta volontà di autonomia, accettando così il concreto rischio di perdere definitivamente il controllo su di questa. Guardando attraverso le lenti della Repubblica Popolare Cinese, una guerra con Taipei avrebbe le caratteristiche di una guerra “intestina”; Xi Jinping provocherebbe uno scontro dall’esito incerto nel proprio “backyard”, accrescendo ulteriormente il dominio statunitense nell’area: nel tal caso, prevarrebbero forse gli interessi realmente strategici degli Stati Uniti, sospinti ad uscire dalla loro “isola” e a svegliarsi da un forzato “isolazionismo”, portando ancora una volta i loro “boots” on the ground. Di gran lunga più conveniente, dunque, continuare a percorrere la consolidata via delle molteplici esercitazioni aeree che sconfinano nella taiwanese air defence zone, utili armi per testare i sistemi di risposta di Taipei e mantenere le loro forze militari in un perenne stato di allarme. La seconda ragione ha un carattere prettamente economico-strategico che ancora una volta si intreccia con le primarie risorse presenti sull’isola. La “Taiwan Semiconductor Manufacturing Company Limited” (Tsmc), monopolista taiwanese e colosso nella produzione di microchip, da sola riesce a soddisfare al 90% della domanda globale di semi-conduttori. Dato di primaria importanza, che riesce ad accantonare anche le divergenze geopolitiche: nel 2021 l’export tra Taipei e Pechino è cresciuto del 23% rispetto all’anno precedente, per un valore raggiunto pari a 110 miliardi di Euro. Di qui, è facile intuire come la Cina abbia un primario interesse a mantenere in vita la produzione manifatturiera locale che uscirebbe certamente danneggiata da un ipotetico scontro, causando ingenti danni alla produzione tecnologica cinese. Dunque un potente “scudo di silicio” per Taiwan, che nell’immediato ne assicura prosperità e indipendenza da pesanti ingerenze esterne.


Altrove è già “guerra”: l’apertura lituana e le ripercussioni nei rapporti tra Pechino-Vilnius e Taipei

Fin qui si è detto di un verosimile conflitto interno e come l’idea di questo possa, nell’immediato, ragionevolmente accantonarsi. Spostando ora lo sguardo oltre i confini nazionali, si osserva come una realtà diversa avvolge i rapporti sino-taiwanesi. Altrove insomma, la contesa per Taiwan lato sensu si combatte già ed ha conseguenze concrete sui rapporti con terzi Stati. Esemplificativo a riguardo è il progressivo deteriorarsi dei legami economici e geopolitici tra Cina e Lituania, di recente inclinati ulteriormente a causa di importanti nessi tra Vilnius e Taipei. L’autorizzazione ad aprire un “Taiwanese Representative Office”, ufficio di rappresentanza di Taiwan presso Vilnius, primo caso di apertura “diplomatica” al Paese in Europa, ha fatto segnare nel Luglio scorso una nuova crisi nei rapporti tra la Repubblica baltica e la Repubblica Popolare Cinese, già seriamente a rischio dopo l’uscita del Paese dal summit “17+1”, iniziativa del Ministero degli Esteri cinese che coinvolge sedici paesi dell’Europa centrale e orientale, atta a rafforzare i legami politico-economici con Pechino nell’ottica di ulteriore espansione della “Belt and Road Initiative” – BRI a cui la Lituania ha già preso parte. La Lituania colpisce consciamente un nodo nevralgico del regime cinese: mette in discussione – in Europa – l’insindacabile principio di “una sola Cina”, decidendo di aprire un nuovo varco nel Baltico per Taipei e facendo incasellare un altisonante successo al Presidente Tsai Ing-wen.

L’apertura a Taiwan trova origine in ataviche paure lituane. Come la vicina Polonia, questa risente di una “sindrome da accerchiamento” simile a quella che da sempre affligge la Russia. Condividere il proprio confine con la Bielorussia – che manifesta evidenti tendenze filorusse – e con Kaliningrad – exclave russa tra Polonia e Lituania – accresce pericolosamente in Vilnius un senso di impotenza. Dunque, cercare di accaparrarsi un maggior grado di protezione statunitense – in chiave NATO – aprendo a Taiwan e sfruttando i dissidi tra Washington e Pechino; giurare così fedeltà all’Occidente, prendendo le distanze dall’eredità sovietica e da qualsiasi potenziale volontà di avvicinamento alla Russia. Una scelta strategica importante, che probabilmente mostrerà le reali conseguenze nel medio termine: nell’immediato segna invece un successo per gli Stati Uniti, che ottengono dalla Lituania la conferma della sua funzione “anti-russa” sul fronte orientale dell’Alleanza Atlantica, avamposto imprescindibile per la protezione del Rimland.