• Federica Di Lorenzo

Uno stop decisivo all’automatismo del cognome paterno

Giuliano Amato, già giudice firmatario della sentenza del 2016, che permetteva de iure l’assegnazione del secondo cognome (quello materno), è stato relatore dell’ordinanza di legittimità circa l’attribuzione in automatico del cognome paterno al figlio nato, definendola incostituzionale perché “in presenza di una diversa volontà dei genitori”, ovvero nel caso di specie i genitori volevano attribuire al nascituro solo il cognome materno. La decisione è indice di una svolta importante, la quale apre le porte verso nuovi orizzonti ed è estesa ad ogni tipo di sodalizio, sia esso riconosciuto legalmente (matrimonio, unione civile) che al di fuori di vincoli giuridici.

La Consulta ha ben esaminato le cause di illegittimità, trovando contrasto con le norme previste dalla nostra Carta Costituzionale agli artt. 2, 3, 117 al primo comma e successivamente con gli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Si tratta quindi di un contrasto con diritti quali: diritti inviolabili dell’uomo, principio di uguaglianza (quindi pari dignità sociale), diritto e rispetto alla vita privata e familiare ed infine il divieto di discriminazione. Arrivando un passo prima del Legislatore, la Consulta traccia così la via di quello che dovrà compiere poi il Parlamento, regolando i diversi aspetti nel rispetto di quanto affermato dalla decisione, mentre in Senato è iniziato l’iter dei lavori per il disegno di legge composto da ben 5 proposte.

E’ da 40 anni che si discute su questo automatismo, un importante precedente è dato dalla sentenza n 286/16 della Corte Costituzionale, con cui aveva dichiarato incostituzionale la norma rubricata all’art. 262 c.c., la quale non permetteva di assegnare ai figli anche il cognome materno. La sentenza di mercoledì 27 aprile, originava da un caso della Corte d’Appello di Potenza, riguardante una coppia che -per ragioni private- preferiva dare al figlio il cognome della madre, vedendosi negare questo diritto.


Come sarà applicata la nuova disposizione?

Il primo aspetto che sicuramente deve essere chiarito è come sarà applicato il cognome materno, essendo espressione di una volontà e secondo la Ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti, questo sarà «una possibilità e che quando si arriva alla generazione successiva si debba far decadere un cognome con l’accordo di tutti e due i genitori», così come sarà da chiarire la questione per coloro che hanno assegnato solo il cognome del padre, ovvero la generazione già adulta. In quest’ultimo caso, ad esempio, in Italia è possibile aggiungere il cognome materno attraverso una richiesta sottoposta al Prefetto della provincia di residenza, motivandola; in aggiunta servirà poi l’assenso scritto degli altri membri della famiglia che portano il cognome attuale e quello che il richiedente vorrebbe aggiungere. La pratica può essere avviata autonomamente con costi contenuti e senza l’aiuto di un avvocato, particolare da non sottovalutare è che se il richiedente ha figli minori, la sua scelta in automatico ricadrà sui figli stessi.


Questione di precedenti

La sentenza del 2016 permetteva la trasmissione del doppio cognome di fronte ad una espressione di volontà, si opera un distinguo tra le fattispecie di coppie unite in matrimonio e coppie non obbligate da vincoli matrimoniali, le ultime possono decidere di trasmettere solo il cognome materno, mentre nel primo caso non è possibile. Una circolare del 2017 ha precisato che il cognome materno doveva seguire quello paterno e mai precederlo. Infine nel 2021 la Corte Costituzionale, nuovamente, si è trovata a disciplinare la questione. Ma cosa rappresenta, storicamente e consuetudinariamente, il cognome del padre? Come sappiamo si tratta di una rivendicazione di paternità in modo prettamente giuridico, rivendicazione importante soprattutto per i figli nati fuori dal matrimonio. A questa questione, il precedente a cui possiamo far riferimento risale al 2016 in cui una coppia desiderava appunto attribuire anche il cognome della madre, avendo la coppia stessa doppia cittadinanza brasiliana e italiana e il figlio veniva riconosciuto con doppio cognome in Brasile e con cognome paterno in Italia. La difesa si ricollegò al caso Cusan Fazzo contro Italia del 2014 ricalcando la violazione degli artt. 8 e 14 CEDU.

Appare chiara la necessità di una nuova legge a riguardo e che venga fatta maggiore chiarezza, nel rispetto delle volontà di tutti.